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Razzismo: problema di salute pubblica

Qual è il filo conduttore che unisce gli attentati di Londra del 2005, quello di Manchester dello scorso maggio e l’incendio alla Grenfell Tower del 14 giugno? “Sono tutte tragedie connesse tra loro”, scrive Richard Horton, editor-in-chief della rivista The Lancet (1). “L’odio è un problema di salute. Il razzismo è un problema di salute. La xenofobia è un problema di salute. E anche il terrore è un problema di salute”. Attentati e incidenti di questo tipo sono sempre seguiti da subdole inclinazioni del tessuto sociale della comunità in cui si verificano. Ferite che alla lunga contribuiscono allo sviluppo di società strutturalmente razziste e di minoranze etniche che si trovano a vivere in condizione di isolamento e vulnerabilità. Disuguaglianze sociali che si trasformano poi in disuguaglianze di salute e che, anche per questo motivo, devono essere affrontate da chi si occupa di medicina.

“Fino ad ora − scrive Horton − la salute pubblica ha fallito nel tentativo di affrontare queste nuove e crescenti sfide”. Soprattutto, hanno perso progressivamente importanza la natura e la portata politica della medicina, da qualche tempo concentrata solo sull’individuazione delle determinanti classiche delle patologie. Le motivazioni politiche e sociali che una volta animavano il dibattito nell’ambito della salute pubblica sono scomparse, gli esperti sono stati ridotti ad “attuatori di efficienza” in servizi sanitari quasi sempre sull’orlo della bancarotta. Secondo l’editor di The Lancet, a loro volta quest’ultimi “hanno ceduto la loro prospettiva critica in cambio della collusione con governi le cui politiche coercitive hanno abbandonato da tempo ogni idea di diritto alla salute”. Sacrificata la sua autorità morale, la salute pubblica si è nascosta nello sviluppo di quei modelli medicali di malattia mai risultati in grado di raggiungere obiettivi di equità e di giustizia.

La ricerca epidemiologica è fondamentale per fornire le basi scientifiche degli interventi di salute pubblica, ma queste evidenze devono essere “rivestite di verità” circa le vite reali dei cittadini. Attualmente, sottolinea Horton, “queste sono quanto più distanti possibile dalle preoccupazioni della medicina e della salute pubblica”. Intanto negli Stati Uniti gli afroamericani si ammalano più frequentemente, hanno prognosi peggiori e vanno incontro più spesso a morte prematura rispetto alle persone di pelle bianca (2,3). In Nuova Zelanda i membri della comunità autoctona dei Maori (14,7% della popolazione totale) hanno un’aspettativa di vita media di 8 o 9 anni inferiore rispetto ai cittadini di origine europea (4). Ma anche in Italia, nonostante la natura universalistica del nostro sistema sanitario, si è assistito negli ultimi anni  a episodi di razzismo emersi attraverso disuguaglianze di salute. Si pensi, ad esempio, alle numerose polemiche riguardanti la salute degli immigrati che arrivano nel nostro paese.

“Viviamo in società razziste dove odio e xenofobia fioriscono e gli stessi politici demonizzano le comunità dei migranti”, scrive Horton. Fattori che inevitabilmente determinano un abbassamento del livello di salute, una riduzione del benessere percepito e un limitato accesso alle cure, a cui si sommano le già presenti difficoltà affrontate dalle minoranze in termini di svantaggio linguistico, di criticità nello svolgere le pratiche burocratiche e relative agli orari di apertura dei servizi spesso incompatibili con i turni lavorativi (5). Tuttavia, probabilmente la portata del problema è ancora più ampia. “Le comunità in cui emergono gruppi terroristici sono destabilizzate da un collasso della fiducia riguardo scuole, lavoro, case, sicurezza, welfare e, infine, salute. Gli abitanti della Grenfell Tower erano un mix di Marocchini, Eritrei e altri, convenientemente impacchettati in una condizione di sicurezza limitata da un consiglio esclusivo”, denuncia l’autore dell’editoriale su The Lancet.

Di certo problemi come l’odio, le discriminazioni e il terrorismo sono problematiche che richiedono un intervento articolato e complesso per essere affrontati. I professionisti della medicina e della salute pubblica possono però avere un ruolo fondamentale in questo processo. Possono, in primo luogo, partecipare alla discussione e far valere le proprie argomentazioni. Possono poi rimettere al centro delle  loro preoccupazioni i gruppo sociali più vulnerabili e affrontare queste tematiche coniugando aspetti biomedici con elementi di natura politica. Infine, possono analizzare il crescente corpo di evidenze riguardanti interventi comunità-specifici, multisettoriali e orientati all’equità, col fine individuare degli elementi di base efficaci. Perché, come conclude Horton: “Salute ed equità non possono esistere dove il razzismo viene tollerato e, nell’attuale cultura aggressiva e anti-immigrazione, persino incoraggiato. Se la nostra società vuole raggiungere uno stato di salute migliore dobbiamo lavorare a nuovi modi per vivere insieme, dobbiamo abbracciare l’umanità dei nostri vicini e, infine, dobbiamo reimparare a osservare la realtà e non smettere più di farlo”.

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore su www.torinomedica.com

Bibliografia

  1. Horton R. Offline: Racism – the pathology we choose to ignore. The Lancet 2017; 390: 14.
  2. National Center for Health Statistics (US). Health, United States, 2015: With Special Feature on Racial and Ethnic Health Disparities. Hyattsville, MD: National Center for Health Statistics (US); 2016 May. Report No.: 2016-1232.
  3. The Department of Health and Human Services, United States (HHS). National partnership for action to end health disparities: Offices of Minority Health. Washington, DC, 2011.
  4. Harris R1, Tobias M, Jeffreys M et al. Effects of self-reported racial discrimination and deprivation on Māori health and inequalities in New Zealand: cross-sectional study. The Lancet 2006; 367: 2005-9.
  5. ISTAT, Ministero della Salute. Cittadini stranieri: condizioni di salute, fattori di rischio, ricorso alle cure e accessibilità dei servizi sanitari.


Redazione

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