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Censis: la ripresa economica c’è, ma persiste il rancore nelle pieghe della società italiana

Parlamentino del CNEL, venerdì 1 dicembre 2017: 51° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, il primo senza Giuseppe De Rita. D’altra parte, lo scorso anno, lo stesso fondatore del Censis lo aveva annunciato: “Questo è il mio ultimo Rapporto. Dopo 50 anni ho ritenuto giusto così. Abbiamo lavorato bene,  e bene lavoreranno quelli che verranno dopo”. E così è stato.

Il Rapporto Censis mantiene la stessa struttura: il famoso librone verde quest’anno si compone di 540 pagine, sta nella media. Pagine dense di riflessioni e di dati su tutti i settori e gli aspetti della società italiana. Chiunque può ricavare dal Rapporto ciò che più interessa. A noi, invece, preme di più approfondire lo sforzo di interpretazione compiuto dal Censis sulla società, perché quest’anno era palpabile la continuità con l’impostazione di De Rita. E così, la domanda è: a che punto siamo?

Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, ha fornito la seguente immagine dell’Italia: “In questa stessa sala, abbiamo più volte parlato dell’Italia dello zero virgola. Questa situazione è alle nostre spalle: a fine anno, la crescita del PIL è dell’1,7 per cento; la crescita dei consumi è dell’1 per cento, l’export cresce del 4 per cento e l’occupazione dell’1,4 per cento. Pertanto la ripresa c’è, è reale, mentre continuano ad essere scarsi gli investimenti pubblici con un meno 32 per cento rispetto al 2007, il primo anno della grande crisi. La perdita dei mancati investimenti è valutata in 74 miliardi di euro”. Ed ecco che emerge un 2017 in chiaroscuro. E Valerii aggiunge: “L’inflazione all’1 per cento è bassa, dovrebbe essere almeno del 2 per cento”, come più volte ha auspicato il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Ancora Valerii: “L’industria va, quella manifatturiera ha superato i dati della Germania. Tra le filiere che brillano ci sono tutti i prodotti del Made in Italy, dall’agroalimentare ai prodotti di lusso con 216 mila imprese esportatrici. Al tempo stesso abbiamo avuto un turismo da record, anche di tipo culturale, con un incremento di mostre e di ingressi nei musei. Quest’anno è tornata la cultura degli stili di vita, quasi un coccolarsi di massa, con il ricorso a prodotti trascurati negli anni della crisi”.

Ma perché si parla di un 2017 in chiaroscuro? Spiega Valerii: “Il territorio ha svolto la sua parte, le città sono magneti attrattivi, specialmente Roma e Milano, ma le città in genere crescono e questo conferma che la ripresa c’è, è strutturale. Ma continuiamo ad assistere anche a un rimpicciolimento della popolazione, con una riduzione delle nascite, ormai sotto la soglia dei 500 mila nati all’anno, mentre aumenta l’aspettativa di vita e l’invecchiamento della popolazione. Una situazione esattamente opposta a quella degli anni ’50 e ’60, perché oggi si riduce la platea dei giovani, il rischio è la tenuta del sistema. E i giovani, sempre di meno numericamente, non contano, anche da un punto di vista politico: si parla infatti molto più di pensioni che di politiche per i giovani. Questo è un contesto in cui occorre guardare con nuovi occhi il fenomeno delle migrazioni”.

Recuperare la ‘rottura’ tra generazioni

Ma ci sono anche altri aspetti di cui si deve tener conto per capire la società italiana. Valerii delinea il seguente scenario: “Si conferma la fragilità dei territori e la loro scarsa manutenzione, anche perché scarse sono le risorse pubbliche destinate ai territori. Nel frattempo, nelle pieghe della società italiana sta crescendo il sentimento del rancore perché ampie fasce della società temono il declassamento sociale: l’87 per cento del ceto medio ritiene di non poter salire sull’ascensore sociale, mentre il 79 per cento è convinto che scenderà. La sfida di questo nostro periodo è proprio quella di sciogliere i grumi del rancore, recuperando e restaurando la profonda ‘rottura’ che si è verificata negli ultimi anni tra le generazioni. Un fenomeno, questo, che si lega profondamente al declino dell’immaginario collettivo che si è indebolito e che ha fatto crollare le speranze”.

Due punti di sintesi del Rapporto sono stati illustrati dal segretario generale del Censis Giorgio De Rita, figlio di Giuseppe: 1) in fondo siamo sempre gli stessi italiani, con in atto la ripresa e al tempo stesso con la deflazione delle speranze; 2) negli ultimi anni cambiamenti profondi ci sono stati nella società italiana.

Da qui la domanda: la ripresa è l’inizio di una nuova fase di sviluppo? Per Giorgio De Rita non è così: “La ripresa attuale è più di chiusura di un ciclo di sviluppo senza crescita che l’apertura di una nuova fase. E’ mancata la rottura di alcuni paradigmi perché potesse avviarsi una nuova fase, mentre permane un rancore di fondo che non si traduce in rabbia sociale condivisa, ma resta confinato, inscatolato, inespresso”. De Rita porta degli esempi: “In questi ultimi anni, la società italiana si è mossa su linee meridiane, mentre il processo di disintermediazione dura da anni. Nel frattempo, la classe politica non ha fatto uno sforzo di mediazione, ma ha privilegiato l’aspetto mediatico, la battuta, il ‘mi piace’ del giorno per giorno. Sanità, Giustizia, Fisco sono settori che avrebbero bisogno di riforme strutturali importanti. Invece non si è fatto nulla, è mancata la visione strategica. La risposta può venire dall’innovazione, dalla tecnologia in rapida evoluzione, ma che va per conto suo, non sempre accompagna la nuova fase di crescita”. Giorgio De Rita ha scritto lui quest’anno le considerazioni generali che aprono il Rapporto. In esse, c’è la parabola dell’esploratore: “Quando l’esploratore inizia il suo cammino ha dietro di sé un’intensa preparazione tecnica: degli uomini, dei mezzi di trasporto, delle attrezzature, delle alleanze necessarie a finanziare l’impresa. E, soprattutto, ha dentro di sé l’immaginazione del suo viaggio, di quel nuovo mondo che è quasi una promessa di futuro. Immaginare e preparare sono per il viaggiatore le azioni costitutive. Il viaggio esige rispetto, riguardo, non spettacolo mediatico, ma sguardo a distanza”.

“Arranca dietro al progresso chi non sa ascoltarsi”

Ecco, sta tutta qui la sintesi fornita da Giorgio De Rita: “Il futuro è incollato al presente, si fa fatica staccarlo e così il 2017 è stato in chiaroscuro: la ripresa c’è, ma la politica è rimasta indietro, non ha saputo fare sintesi, non ha saputo ascoltare”. Un lungo applauso ha accompagnato le parole di Giorgio De Rita quando ha nominato il padre: “Ci ha insegnato tanto e ci ha fornito gli strumenti per interpretare i fenomeni e i cambiamenti della società”. In effetti, Giuseppe De Rita ha fatto il classico passo indietro, ma si reca ogni giorno al Censis per continuare a fornire il proprio contributo alle tante ricerche che il Censis produce ogni anno. E senz’altro ci sarà a giugno, nei quattro appuntamenti che vanno sotto il nome “Un mese di sociale”.

Ha detto Tiziano Treu, Presidente del CNEL: “I Rapporti del Censis sono un pezzo della storia del Paese. C’è forte attenzione al sociale e il CNEL si conferma essere luogo istituzionale di confronto tra settori della società, con particolare riferimento alla condizione giovanile”.

Si legge nelle considerazioni generali: “Arranca dietro al progresso chi non sa ascoltarsi”. Per concludere: “Senza un rinnovato impegno politico e un diverso esercizio del potere pubblico, senza la preparazione di un immaginario potente, resteremo nella trappola dl procedere a tentoni, alla ventura, senza metodo e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso progredire del corpo sociale”.
Orfeo Notaristefano

Articolo pubblicato in: News

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