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La salute disuguale e le risposte dei servizi sanitari

Fonendo-mondo
“Il tema del convegno nazionale organizzato a Reggio Emilia dall’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Reggio Emilia insieme alla FNOMCeO –afferma il Prof. Giuseppe Costa, epidemiologo, relatore del primo intervento della giornata- è stato realmente importante perché ha focalizzato l’attenzione sul ruolo che i medici possono svolgere nel ridurre l’impatto della “salute diseguale” in Sanità. Non a caso il giorno prima di questo appuntamento c'è stata un' importante conferenza a Roma, all’Ospedale San Gallicano in Trastevere,  nel corso del quale la Ministra Lorenzin ha presentato le sue proposte per il contrasto alle disuguaglianze in Sanità. Nel giorno successivo, a Reggio Emilia, ho ripercorso le proposte della Ministra che mi sembreranno più idonee ad essere fatte proprie dai medici italiani”.

Quali sono gli ambiti dove il ruolo dei medici può essere determinante o particolarmente significativo nel contrasto alle disuguaglianze?

“L’ambito più naturale è quello della responsabilità professionale diretta – risponde il Prof. Costa. Occorre gestire la consapevolezza che ad una buona diagnosi (effettuata anche tempestivamente) e ad una buona cura può non far seguito il risultato atteso: in funzione della più alta o più bassa posizione sociale, del livello culturale, delle credenziali educative, dell’alfabetizzazione sanitaria... Questo significa (come i medici già sanno) che occorre trattare queste persone in modo diverso, dedicando più attenzione a chi ha meno capacità di comprendere e di adempiere a quanto gli viene richiesto.
Tuttavia molte barriere che mettono in forse il successo delle cure non dipendono dal comportamento del singolo professionista ma dal funzionamento dell’organizzazione sanitaria che consente soltanto a chi si sa districare nei meandri della burocrazia di arrivare nel posto giusto, al momento giusto, alla cura giusta. In questo caso il ruolo del medico dovrebbe essere quello di entrare, con le sue specificità, nel meccanismo di funzionamento di tutta l’organizzazione per renderla più adeguata al superamento delle differenze.
La terza grande responsabilità della classe medica nel superamento delle diseguaglianze in ambito sanitario riguarda poi gli Ordini Professionali: la gestione della responsabilità professionale diretta, l’intervento sulle responsabilità organizzative e di gestione vanno infatti imparate molto presto da parte di chi vuol lavorare in Sanità. Ma la formazione (sia quella accademica che post laurea) di un medico o di un infermiere non tiene assolutamente conto di questa necessità; anzi, nel corso di studi ci si riferisce sempre ad un malato, ad un cittadino “ideale” ritenuto performante, informato, consapevole. È importante che gli Ordini professionali riflettano su questa carenza per contribuire a trovare soluzioni nell’ambito della formazione.
C’è poi un ultimo livello di responsabilità che esula strettamente dall’ambito professionale perché nasce da una constatazione: molte disuguaglianze nascono al di fuori del sistema sanitario e sono determinate da condizioni ambientali, sociali, di vita, di lavoro. Ovviamente la risoluzione di tali difficoltà è affidata alle competenze del sindaco, della scuola, del lavoro… Il medico e il personale sanitario dovrebbero però farsi carico di “diventare avvocati” dei diritti dei loro assistiti anche nell’ambito delle politiche non strettamente sanitarie. La scuola, il lavoro, le politiche economiche e quelle locali, non ruotano infatti intorno al concetto di salute ed è compito dei medici e del personale sanitario svolgere questo ruolo di avvocatura per sottolineare gli effetti negativi che alcuni provvedimenti presi in un ambito non sanitario possono avere sulla salute”.

Mi sembra la riproposta del concetto di “advocacy”, del farsi carico dei problemi altrui dando voce a chi non ce l’ha…
“Sì –sottolinea l’epidemiologo torinese- è proprio il patrocinio, la responsabilità di parlare a nome di… Un ruolo difficile per la Medicina, ma insostituibile”.

Prof. Costa, alla luce della sua esperienza di epidemiologo, quale aspetto considera più penalizzante per la manifestazione delle diseguaglianze in ambito sanitario?
“Non è soltanto la povertà estrema a minacciare la salute. Come diceva lei, il fattore principale che spiega in modo trasversale la manifestazione delle diseguaglianze di salute, è lo scarso controllo che le persone hanno sulla propria vita. Sentirsi incapaci di controllare quello che ci succede ci impedisce di stare bene sulla… scena della vita. Per riuscirci conta di sicuro il reddito, ma conta anche lo status e il livello di autonomia con cui si può stare su quella scena. Conta il livello di remunerazione dell’attività che svolgiamo: e non mi riferisco soltanto all’aspetto economico ma alla remunerazione simbolica di quello che facciamo. Quindi è un fattore riguarda non soltanto gli indigenti, i casi di povertà estrema, ma qualsiasi livello della scala sociale. A qualsiasi livello della scala sociale chiunque può incappare in momenti in cui si perde il controllo della propria vita ed è proprio questo l’aspetto che danneggia la salute.
E questo danno diventa sempre più grave man mano che si scende nella scala sociale: diminuiscono infatti le capacità di adattamento e di recupero e le risorse per far fronte al disagio, anche e soprattutto in funzione dei contesti. Questo può consentire infatti che in una situazione di disagio si possa dar fondo a tutte le risorse, per quanto esigue possano essere, senza che la persona disagiata si danneggi la salute.
È  una notazione importante anche perché sono le politiche locali, della scuola, del lavoro… che determinano i contesti. Mentre le risorse e le capacità individuali sono più determinate da decisioni determinati in ambiti di ordine di grandezza superiore: lo sviluppo economico, le politiche di una grande azienda, la scuola, la carriera, la famiglia d’origine, la capacità di salire su un ascensore sociale…”.
Questa modalità di perdita della salute mi sembra definire bene il malessere che serpeggia nella nostra società che appare davvero come un individuo malato.
“È sempre stato così – conclude il Prof. Costa. Diciamo che oggi siamo molto più sensibili a questo problema e questo è un bene, naturalmente”.





A cura di Nicola Ferraro

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