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Anelli (Fnomceo): “Ridisegnare le cure primarie per porre fine alle disuguaglianze di salute”

Ridisegnare la Medicina del territorio, per gestire nel migliore dei modi la convivenza con il Coronavirus – e un’eventuale seconda ondata – e per riassorbire e poi eliminare le liste d’attesa. A chiederlo è, ancora una volta, il Comitato Centrale della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici (Fnomceo), che, nel Comitato Centrale appena conclusosi in streaming, ha affrontato anche questo argomento.

“Nel prossimo Consiglio dei Ministri, secondo quanto anticipato dal Ministro della Salute Roberto Speranza, saranno stanziati 500 milioni di euro per recuperare le visite e le prestazioni diagnostiche rimandate a causa dell’epidemia di Covid-19, mettendo in campo gli specialisti ambulatoriali e sovvenzionando gli straordinari dei medici ospedalieri  – spiega il Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli -. Una prima, efficace risposta all’annoso problema delle liste d’attesa, aggravato dall’emergenza. Una soluzione che però non va vista fine a se stessa, ma va inquadrata in un progetto più ampio di riforma, che veda la presa in carico dei pazienti cronici sul territorio, riservando gli ospedali alla gestione delle acuzie e delle complicanze non curabili a domicilio”.

“Questo presuppone una vera rivoluzione delle cure primarie, che superi una volta per tutte la politica a silos verticali propria dei distretti, e veda i professionisti lavorare, insieme, gomito a gomito, al letto del malato – continua -. Si è provato a farlo con le “Case della Salute”, che però non  sono riuscite, come dimostra l’ultimo rapporto Crea Sanità di Tor Vergata, presentato a metà luglio e dedicato a questo argomento, a uscire completamente da questa logica burocratizzata e ‘verticale’, dando risposte molto differenziate sul territorio”.

“Ora è il momento di un colpo di reni, di una svolta che porti ad abbandonare politiche ormai vetuste, come quelle dei distretti, con la moltiplicazione delle figure dirigenziali, a favore di politiche che mettano invece al centro i professionisti, con le loro competenze peculiari e sinergiche – prosegue -. Professionisti che lavorino in micro-team, come suggerito recentemente anche da Ocse, e che abbiano a loro disposizione strutture adeguate, strumenti diagnostici di primo livello e terapeutici”.

“La chiave per la presa in carico della popolazione, con sempre più pazienti anziani e cronici, è quella di un rafforzamento delle cure primarie – argomenta -. E non siamo noi a dirlo: lo afferma a chiare lettere, e da più di dieci anni, l’Organizzazione mondiale della Sanità, lo ribadisce l’Ocse. Lo dimostrano diversi studi, come quello recentemente pubblicato su Bmj Open, che vede nella continuità del rapporto con il medico di fiducia, di medicina generale o specialista, un fattore favorevole in termini di allungamento della vita e di successo delle terapie. Lo ha confermato, purtroppo, la gestione della pandemia di Covid-19: nei paesi, come la Germania, dove si è data sin da subito la possibilità ai medici di medicina generale di gestire i tamponi e somministrare le terapie, migliori sono stati gli esiti. E migliore e rapido è anche in Italia il controllo dei focolai, ora che si è affidata ai medici di famiglia la prescrizione dei tamponi e i test, oltre al tracciamento dei positivi attraverso la app Immuni”.

“Abbiamo a disposizione, sin da subito, 80 mila Medici sentinella sul territorio, tra medici di medicina generale e specialisti ambulatoriali, in grado di individuare i nuovi focolai e arginarli sul nascere – aggiunge ancora -. Avremo a disposizione la nuova figura dell’infermiere di famiglia, per poterlo affiancare al medico nei micro-team; abbiamo i fondi per la strumentazione diagnostica di base. Ora va fatto solo un ultimo passo, il più importante, che porti veramente il nuovo nel Servizio sanitario nazionale: la costituzione dei micro-team, composti da medico di medicina generale, specialisti, infermieri, assistenti di studio, con la valorizzazione delle diverse professionalità”.

“E invece di proporre un vero progetto di riforma, con l’estate e l’allentamento dell’emergenza, tornano in auge le polemiche sterili sulla retribuzione dei medici di medicina generale, sulla convenzione versus la dipendenza, sugli orari degli studi– segnala -. Una polemica quest’anno tanto più ingiusta, considerando che, dei 176 medici caduti durante l’epidemia di Covid-19, più della metà erano proprio medici di medicina generale in attività, mandati a combattere a mani nude contro il virus”.

“Facciamo presente che la retribuzione pubblicata da alcuni giornali è un compenso lordo, che si riduce a meno della metà togliendo le spese per la gestione dello studio e del personale – evidenzia -. Uno stipendio non certo elevato, considerando oltretutto che i medici convenzionati non hanno benefici come le ferie retribuite o il trattamento di fine rapporto. Una argomentazione in ogni caso che potrebbe essere facilmente superata, ad esempio con nuovi sistemi di retribuzione come il “pay for performance”, naturalmente legato a questa innovativa gestione delle cure primarie. Sistemi che, comunque, sarà compito dei Sindacati di categoria proporre”.

“In definitiva, l’appello ai decisori è quello di smettere di guardare il dito che la indica, e guardare finalmente la luna – conclude -. Vedere senza timore la realtà, valorizzare i punti di forza del nostro Servizio Sanitario Nazionale, tra i quali il sistema delle cure primarie e la qualità della formazione di tutti i nostri medici, che studiano dai 9 agli 11 anni, e porre rimedio alle criticità, in primis le disuguaglianze nella salute e nell’accesso alle cure”.

Ufficio Stampa Fnomceo
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7 agosto 2020

Autore: Ufficio Stampa FNOMCeO

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