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Carenza medici, Foad Aodi (OMCeO Roma e AMSI): entro il 2025 occorrono 60mila specialisti, urge investire sui giovani laureati italiani e stabilizzare i medici di origine straniera già residenti in Italia

Intervista a Foad Aodi, Fondatore e presidente Amsi (Associazione medici di origine straniera in Italia) e U.M.E.M. (Unione Medica Euro-Mediterranea) Consigliere OMCeO Roma coordinatore area rapporti con i comuni e Affari Esteri e Area riabilitazione dell’OMCeO di Roma.

Sarà il 2025 l’anno nero per il Servizio Sanitario Nazionale: in quella data, infatti, la cosiddetta ‘gobba pensionistica’ toccherà il suo apice e, se non arriveranno nuovi specialisti a sostituirli, il Servizio sanitario nazionale rimarrà senza chirurghi, anestesisti, ortopedici, ginecologi, medici di famiglia. Ben 60mila professionisti, tra specialisti impegnati negli ospedali e nelle strutture private e medici di medicina generale, mancheranno all’appello, secondo un’indagine recentemente effettuata dall’Associazione medici di origine straniera in Italia. Eppure i medici, nel nostro paese, ci sono: sono più di diecimila i giovani laureati e poi imprigionati nell’imbuto formativo, perché non vengono finanziate sufficienti borse per specializzarli. E, senza correttivi, diventeranno 19mila già nel 2021, quando si laureeranno gli studenti immatricolati in sovrannumero per ricorso al Tar. A loro si aggiungono i 19mila medici, per lo più specialisti, di origine straniera, che lavorano con contratti a termine e, in mancanza della cittadinanza, non possono accedere ai concorsi. Su questi ultimi siamo andati oggi ad accendere i riflettori, intervistando Foad Aodi, Fondatore e presidente dell’Amsi (Associazione medici di origine straniera in Italia) e U.M.E.M. (Unione Medica Euro-Mediterranea), Consigliere dell’OMCeO di Roma e coordinatore area rapporti con i comuni e Affari Esteri e Area riabilitazione dell’OMCeO di Roma. Un argomento, questo, all’attenzione delle Istituzioni: si parlerà, infatti, anche della carenza di medici e delle possibili soluzioni al Tavolo tecnico, di prossima istituzione presso il Ministero della Salute, su ‘Sanità e immigrazione’, che coinvolgerà, oltre al Ministero, l’Amsi e la FNOMCeO.

Foad Aodi, perché un tavolo su ‘Sanità e immigrazione’?
Il tavolo nasce per trovare soluzioni condivise su tematiche che riguardano la salute di tutti i cittadini, quali l’accesso alla circoncisione preventiva presso gli ambulatori di chirurgia, previo pagamento di un ticket, l’aggiornamento sulle tematiche relative all’immigrazione e, appunto, la carenza di medici specialisti e di medicina generale.  Ringrazio il ministro Grillo e il sottosegretario Bartolazzi per la sensibilità dimostrata, non solo in questa occasione. Un grazie anche al viceministro agli Esteri, Emanuela Del Re, e al presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, che stanno supportando questo nostro impegno in un “gioco di squadra” che consentirà certamente di arrivare presto a una soluzione condivisa per tutelare il diritto alla salute dei più indifesi di noi, come i bambini, e quello di tutti i cittadini.

Quanti sono i medici di origine straniera che lavorano in Europa?
Sono 500mila i medici di origine straniera in Europa, di cui 400mila fissi sul territorio e 100mila ‘mobili’. C’è infatti, da parte di questi medici, una maggiore disponibilità a trasferirsi sul territorio italiano ed europeo. In Italia ci sono 80mila professionisti della sanità di origine straniera, di cui 19mila medici. Di questi solo alcuni hanno la cittadinanza italiana o di un paese comunitario. L’85% lavora nel privato, in mancanza di cittadinanza non possono infatti accedere ai concorsi pubblici. Lavorano come guardie mediche, medici di famiglia, oppure in cliniche private, laboratori di analisi.

Qual è la loro storia? Come sono arrivati in Italia?
Ci sono state tre fasi che hanno caratterizzato l’immigrazione degli operatori sanitari stranieri verso l’Italia: Dagli anni 60 sino alla caduta del muro di Berlino, gli stranieri arrivavano come studenti, principalmente dai Paesi arabi e Israele, e rimanevano poi a esercitare in Italia; dopo la caduta del Muro di Berlino (1989), cominciò l’ondata dei medici già laureati provenienti dai Paesi dell’Est. Oggi ad arrivare da noi sono soprattutto medici laureati e specializzati provenienti da Paesi arabi, Egitto Siria.  Nella seconda e terza fase si tratta di medici già formati che chiedono il riconoscimento dei titoli.

E quanto tempo ci vuole?
Le procedure in Italia sono abbastanza lunghe, portano via in media un anno e mezzo – due anni. Per questo, come Amsi, chiediamo che l’iter sia velocizzato il più possibile, in maniera da far subito lavorare questi medici.

Ma cosa accade quando finalmente ottengono il riconoscimento?
Che iniziano a lavorare, in genere con contratti a termine. E poi, quando le strutture bandiscono un concorso, vengono congedati perché per partecipare, oltre ai titoli, occorre il requisito della cittadinanza, che per la maggior parte non hanno.

Cosa chiedete, dunque?
Che questi medici, dopo aver lavorato per un periodo, diciamo per cinque anni, nelle strutture italiane, possano essere ammessi ai concorsi con riserva, e con un termine per ottenere, dopo aver superato il concorso, la cittadinanza.

Molti quindi preferiranno rivolgersi alle strutture private…
Anche qui non va meglio: vengono proposti contratti a termine, a volte capestro, tanto che in molti si rivolgono poi all’Ordine perché non vengono neppure pagati.

Voi, come Amsi fate da collettore per le offerte di lavoro: ricevete molte richieste?
Dall’inizio del 2018 ad oggi ci è arrivata una richiesta di più di mille medici, soprattutto anestesisti, ortopedici, medici dell’emergenza-urgenza, neonatologi, pediatri, cardiologi e chirurghi generali, e principalmente da strutture del Nord Italia, in Piemonte Veneto e Lombardia, ma anche in Puglia e Lazio. Non sempre però sono proposte interessanti, trattandosi di contratti a termine anche di pochi mesi. È vero che i medici stranieri sono più disponibili a trasferirsi ma capirà che cambiare vita, città, amici per cinque-sei mesi e senza alcuna prospettiva di costruirsi un futuro non è un’ipotesi allettante.

Cosa bisognerebbe fare, dunque?
Incentivare questi medici a spostarsi, offrendo contratti migliori per condizioni e a più lungo termine, almeno cinque anni, e rinnovabili. Questo aiuterebbe anche a mantenere in Italia questi medici. Il paradosso, infatti, è che anche i medici stranieri arrivati negli anni scorsi in Italia, oggi cominciano ad abbandonarla: registriamo un aumento del 20% dei medici intenzionati a tornare a casa. Mentre è aumentata addirittura del 35% la percentuale di quelli che preferiscono, in ogni caso, esercitare in un paese diverso dall’Italia.

Non è una buona cosa, vista la più volte paventata carenza di medici nel nostro paese…
In realtà in Italia i medici non mancano: abbiamo diecimila giovani laureati che non riescono a specializzarsi. A mancare sono gli specialisti e i medici di famiglia: da una nostra indagine, effettuata sommando le proiezioni di varie statistiche di medici ospedalieri medici di medicina generale e pediatri, medici di emergenza pronto soccorso e guarda medica in oltre i dati nostri relativi alle strutture private pensiamo che, nel 2025, mancheranno all’appello 60mila tra specialisti e medici di medicina generale. Per allora, dovremo essere pronti con altrettanti medici opportunamente formate da immettere nel sistema.

Ma la carenza di specialisti è un problema solo italiano?
No: abbiamo dati preoccupanti sulla carenza di medici a livello mondiale, in particolare in Europa e in Sud America. Ci arrivano richieste dall’Arabia Saudita con stipendi molto elevati (pagano 14000 euro al mese) per specialisti di alta specializzazione, dal Qatar, e poi dal Regno unito, Inghilterra, Scozia.  Le richieste hanno come minimo comun denominatore uno stipendio molto alto e l’offerta di agevolazioni, benefit, incentivi molto attraenti. Nei Paesi Arabi ci sono politiche ad hoc per far tornare i medici in patria.

Come risolvere dunque la carenza di specialisti?
Innanzitutto con una corretta programmazione, formando un numero adeguato di specialisti nelle specialità per le quali sarà più grave la carenza. Per prima cosa, dunque, dobbiamo specializzare i medici che escono dalle nostre università: ci associamo all’appello della FNOMCeO per avere già da quest’anno almeno diecimila borse, in modo da formare gran parte dei medici oggi prigionieri dell’imbuto formativo.  In secondo luogo, velocizzando il riconoscimento dei titoli per i medici stranieri già specializzati che vogliono lavorare in Italia.  Poi, migliorando le condizioni contrattuali, in maniera da far rimanere in Italia i medici, italiani e stranieri, che già lavorano sul territorio, e da far tornare coloro che sono emigrati all’estero. Infine, permettendo l’accesso ai concorsi anche ai medici stranieri che già lavorano da tempo in Italia, a condizione che, una volta superato il concorso, ottengano la cittadinanza.

 

Autore: Ufficio Stampa FNOMCeO

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