La Suprema Corte ha confermato la condanna del medico per omesso trasporto urgente in ospedale e mancata esecuzione di un ECG su un paziente con sintomi di sindrome coronarica acuta.
Ciò in quanto, come rilevato dai giudici d’appello, sulla base delle evidenze del caso concreto, delle prescrizioni delle linee guida di riferimento, gli interventi eseguiti in ospedale (ECG, monitoraggio intensivo, esecuzione della coronarografia e disostruzione aortica, terapia farmacologica atta al ripristino del ritmo cardiaco) erano atti a bloccare o comunque rallentare significativamente l’evoluzione della malattia, individuando la grave aritmia insorta e durata, con esiti irreversibili, per oltre dieci minuti, e così avrebbero impedito l’insorgere della complicanza, ossia il danno aortico celebrale irreversibile che ha condotto alla morte del paziente.
Le cure successivamente e correttamente praticate in ospedale avevano infatti permesso il ripristino della stabilità emodinamica, ma proprio il prolungato periodo durante l’arresto cardiaco senza che fossero praticate cure e la mancata ossigenazione al cervello avevano determinato il decesso.
