Il professor Lo Foco presenta l’iniziativa “Ridare la luce”

Dopo Operation Smile presentiamo oggi un’altra iniziativa di volontariato medico che fa onore alla categoria. Ci riferiamo alle attività sanitarie poste in essere da AFMAL (Associazione Fatebenefratelli per i malati lontani), un’associazione umanitaria senza fini di lucro impegnata nell’ambito dell’emergenza sanitaria e nello sviluppo di iniziative per la solidarietà internazionale. L’intervista al professor Giorgio Lo Foco direttore del dipartimento di oftalmologia all’ospedale Fatebenefratelli “S. Pietro” di Roma mira ad illustrare il progetto “RIDARE LA LUCE", portato avanti in vari Paesi del mondo, ma soprattutto nell’Africa Sub – Sahariana. La cecità colpisce 2 milioni di persone che hanno bisogno di interventi urgenti per recuperare all’infanzia i bambini “accompagnatori”.

Professore, quante missioni avete compiuto e quanti medici italiani avete coinvolto?
Circa venti missioni in paesi africani ed Indonesia per un totale di 4.000 interventi e 10.000 visite realizzate con 20 oculisti e 7-8 medici di varie specialità: dermatologi, chirurghi generali, cardiologi.

Quali gli specialisti più interessati?
Gli oculisti.

Ridare la luce soprattutto ai più piccoli: che sensazione dà?
La missione “Ridare la luce” realizzata dall’AFMAL presieduta da Fra’ Pietro Cicinelli e Fra’ Gerardo D’Auria, dedica le sue energie alla lotta contro la cecità reversibile a prescindere dall’età dei pazienti, ma dà la priorità assoluta ai piccoli pazienti. Ogni adulto che recupera autonomia “libera” un bambino dal suo dovere di “guida”; questo è un successo indiretto. Ogni sorriso di chi rivede è una spinta a continuare.

Come riesce a conciliare la professione, la vita privata e la sua intensa attività di volontariato?
Cerco di dedicare al volontariato parte delle ferie e dei periodi durante i quali il lavoro ospedaliero è meno intenso. Si può tornare stanchi ma sereni. Nessun problema con la vita privata: non ne ho una.

Cosa pensano di voi i medici locali?
Non sempre ne incontriamo. Esistono gruppi di medici cubani (anestesisti e chirurghi) molto attivi e collaboranti ma che dopo 2-3 anni di servizio rientrano in patria. La formazione resta il problema più difficile da risolvere soprattutto nelle sedi più disagiate.

Quali i maggiori problemi incontrati dal punto di vista tecnologico, operativo e ambientale?
La tecnologia viene importata dall’Italia e viene lasciata nelle sedi ospedaliere quando queste diano garanzie di conservazione ed uso corretto; nelle missioni organizzate assieme all’Aeronautica Militare tutte le attrezzature vengono trasportate assieme al personale medico, infermieristico e di supporto e poi riportate in Italia per le missioni successive. Le difficoltà ambientali variano molto in relazione ai paesi ospitanti ed alla distanza dagli aeroporti d’arrivo. La logistica abitativa è anch’essa estremamente diversa nei vari luoghi di missione: si passa dalla tenda del Mali alle confortevoli camere degli ospedali religiosi del Ghana o della Tanzania. In ogni caso, il gruppo aiuta a superare ogni difficoltà ed è facile rendersi conto di quanto tante piccole abitudini cittadine possono essere dimenticate o sembrino improvvisamente ridicole.

Insegnate a “pescare” o date solo il “pesce” necessario?
Entrambe le cose ma, in realtà, senza un trasferimento di conoscenze molto del nostro lavoro risulta inutile in prospettiva futura.

Quali le rinunzie più pesanti?
Nessuna rinunzia.

Quali le cose sulle quali bisogna ancora, e con maggiore urgenza, intervenire?
Insegnamento e supporto tecnologico: molta tecnologia, la cui vita non supera, nei nostri paesi, i cinque anni potrebbe essere donata ed utilizzata nei paesi in via di sviluppo.

Qualche rammarico o nostalgia?
Si, di non avere iniziato prima.

Alcuni episodi o aneddoti più ricchi di significato?
Ogni bambino restituito alla vita e libero di giocare ti fa capire quali siano i valori per i quali abbia senso vivere e lavorare.

Quale, in conclusione, il bilancio di questa meritoria e, crediamo, senz’altro gratificante esperienza?
Che il lavoro non è più fatica ma ricchezza e che non ci si può più sentire uomini e professionisti senza essersi confrontati con la sofferenza di chi è talmente povero e solo da non potersi permettere neppure la speranza.

Autore: Redazione FNOMCeO

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