Il rapporto medico-paziente nella Medicina generale europea: Olanda e Gran Bretagna in vista

di Nicola Ferraro (Oikos)

Aldo Lupo, medico di famiglia a Villastellone, è Presidente della UEMO: acronimo francese che identifica l’Unione dei medici di famiglia europei. Questa organizzazione rappresenta attualmente oltre 400 mila medici di famiglia attivi in 23 Paesi del nostro continente e dal 1992 gode dello status di organo consultivo non governativo del Consiglio d’Europa (UE). Il dott. Lupo, che rivestirà questa carica sino al 31 dicembre dell’anno in corso, fa anche parte del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) della Regione Piemonte che gestisce la Formazione specifica in Medicina Generale nella nostra regione.

La sua attività culturale esercitata nell’ambito della Medicina Generale e più in generale in ambito sanitario gli ha permesso di acquisire molte conoscenze sulle differenze tra la situazione italiana e quella presente in altre paesi stranieri, soprattutto europei, a partire proprio dal modo in cui si articola il rapporto medico-paziente, segnatamente nell’ambito sanitario che viene anche definito come Medicina di Famiglia.

Dott. Lupo, quali sono le differenze più importanti nel rapporto medico-paziente all’interno della Medicina Generale dei diversi sistemi sanitari dei Paesi che sono rappresentati in UEMO?

Il rapporto medico-paziente presente nella Medicina Generale cambia per motivi strutturali legati alla natura del servizio sanitario. Quelli ad accesso universalistico come il nostro, identificano nel medico di famiglia la figura del “gate-keeper”(del regolatore all’accesso ai servizi, ndr), ma soprattutto il titolare di una lista di assistiti che rimangono con il/la professionista fin quando è attivo il rapporto di fiducia col medico. I sistemi sanitari su base assicurativa (derivati dal modello Bismarck) tendono invece a garantire, senza un filtro (gate-keeper, ndr), l’accesso diversificato al medico che avviene in base all’esigenza medica da soddisfare: in alcuni modelli stranieri è possibile addirittura accedere  alle prestazioni specialistiche senza invio da parte del medico di famiglia. Questo provoca la mancanza di un aspetto fondante della Medicina di Famiglia: la continuità del rapporto con l’assistito. Bisogna anche ricordare che la letteratura scientifica identifica in questo rapporto un fattore preventivo di ospedalizzazioni improprie.

Al di là di queste differenze di base, in ogni sistema sanitario il singolo rapporto medi-paziente può avere più caratteristiche di tipo formale codificato o può essere lasciato maggiormente all’iniziativa professionale del medico. La praticabilità di un approccio rispetto all’altro è anche fatalmente in sintonia con la cultura del Paese in cui la Medicina di Famiglia è esercitata ed è in funzione della formazione professionale ricevuta.

Da un punto di vista culturale quali sono, nella UEMO, le differenze più significative registrabili nel rapporto medico-paziente?

Le differenze si manifestano soprattutto all’interno dei diversi compiti affidati ai medici di famiglia nei Paesi UEMO. Per esempio in Italia, Slovenia e Croazia la Pediatria è affidata ai pediatri di libera scelta; negli altri Paesi l’assistenza sanitaria al bambino è invece affidata al medico di famiglia: quindi la sua figura è vissuta come pediatra di primo livello, e lo specialista diventa di fatto il pediatra di secondo livello per il bambino. Lo stesso discorso può essere fatto per la gravidanza. In alcune nazioni la gestazione è seguita dal medico di famiglia fino all’eventuale parto in casa, come avviene in Olanda. Ovviamente la continuità di assistenza medica di base “dalla culla alla tomba” non può che facilitare il medico di famiglia nello svolgere il compito di tutela della salute verso il proprio assistito.

In Italia da tempo è in continua crescita l’attenzione nei confronti della qualità di questo rapporto che viene ritenuto strategico sia in Medicina che in Sanità; e così anche negli altri Paesi UEMO?

Si può dire che questa attenzione sia una caratteristica comune e di sicuro lo è nella maggior parte dei Paesi aderenti alla UEMO. C’è tuttavia meno attenzione da parte del sistema sanitario verso questo aspetto quando il medico percepisce uno stipendio: se il medico viene pagato a ore è fatale che il rapporto personale con gli assistiti non sia paragonabile con quello che esiste nei sistemi in cui il medico viene retribuito “a notula” (a prestazione) o a “quota capitaria”, come avviene da noi.

La qualità del rapporto medico-paziente è anche frutto di una capacità di comunicazione ritenuta per troppo tempo, almeno in Italia, come una dote innata e non un tecnica da insegnare e imparare. Negli altri Paesi europei dell’area UEMO è anche così?

È difficile comporre un quadro attendibile relativo all’uso dell’abilità comunicativa da utilizzare nella professione di medico di famiglia. Di sicuro posso dire che nella realtà sanitaria europea rappresentata in UEMO, sia nel modello olandese che è tipo Bismarck e quindi prevalentemente assicurativo, sia in quello britannico che è di tipo Beveridge e quindi ad accesso universalistico, questa capacità viene tenuta in considerazione già a partire dal livello formativo di base. Ma è soprattutto nella formazione relativa alla medicina di famiglia in Gran Bretagna che la capacità di comunicare con l’assistito è oggetto di una valutazione qualitativa finale al termine del percorso formativo.

D’altronde la tecnica specifica di comunicazione medico-paziente gode ormai di una letteratura vastissima: il testo più recente è di quattro anni fa e riporta in bibliografia oltre 500 voci. È un peccato che questo aspetto professionale non sia stato esplorato nello stesso modo anche in Italia. Forse come latini abbiamo una certa capacità innata di comunicare che però potrebbe non essere sufficiente in un contesto professionale dove la comunicazione non è soltanto espressione di buona educazione ma deve essere uno strumento tecnico.

Nell’ambito UEMO, esiste una classifica del rapporto che lega la capacità comunicativa medico-paziente al raggiungimento di livello di appropriatezza auspicato all’interno di un sistema sanitario?

Viene generalmente assunto come implicito che questa capacità comunicativa esista e sia praticata, anche se raramente la si formalizza in norme, abitudini e formazione. Esiste però una difficoltà oggettiva ad individuare la causa dei buoni risultati registrati in Sanità.

Il buon stato di salute degli italiani, ad esempio, è in testa alle classifiche mondiali: ma chi può dire  con sicurezza quanto conti il livello di qualità dei servizi sanitari nel determinare quel risultato e quanto siano determinanti la qualità ambientale e le abitudini alimentari e di vita praticate nel nostro Paese?

Certamente una migliore qualità del rapporto medico-paziente non può che portare ad miglioramento dell’appropriatezza in ambito sanitario, soprattutto quando è coniugata con… un idoneo livello di finanziamento del sistema.

In quali Paesi UEMO il rapporto medico-paziente migliora in modo significativo il livello di appropriatezza sanitario?

Di sicuro in Olanda e nel Regno Unito perché hanno anche il miglior modello di didattica per questa tecnica di comunicazione professionale.

Autore: Redazione

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