Intervista a Tiziana Iacovazzi di Medici Senza Frontiere

Il Centro Studi FNOMCeO prosegue il suo ciclo di interviste ai
medici italiani impegnati in missioni umanitarie. Questa volta a
raccontare la sua esperienza è Tiziana Iacovazzi, responsabile medico di Medici Senza Frontiere Italia.


Quanti medici italiani volontari fanno parte di Medici Senza Frontiere?
«Ogni anno dall’Italia MSF invia nei progetti 217 operatori umanitari in tutto il mondo, in prevalenza in contesti di conflitto ed emergenza. I profili sono molteplici: medici, chirurghi, anestesisti, ma anche ostetriche ed infermiere e infermieri. La metà di loro è costituita da donne. Per i progetti non c’è bisogno solo di profili sanitari, ma anche di altri professionisti, come i logisti o gli esperti in potabilizzazione dell’acqua o in igiene pubblica».

Quali gli specialisti più interessati?
«Il processo esistente comincia dal field, il terreno. I progetti sul terreno hanno bisogno delle disponibilità di alcuni medici o di altri operatori umanitari in un dato momento e quindi dall’ufficio di Medici Senza Frontiere in Italia, come dagli altri nel mondo, rispondiamo inviando uno o più professionisti. Gli specialisti più rappresentati sono i medici dell’area di emergenza-urgenza, gli infettivologi  e i chirurghi-anestesisti per il teatro operatorio».

Come riescono i vostri medici così duramente impegnati a conciliare le attività di volontariato con la professione e la vita privata?
«Innanzitutto, il lavoro dei medici che partono con noi comincia in Italia, con una forte dose di impegno e con una forte etica nei contesti quotidiani. Quando lo scenario cambia e ci si ritrova nel sud del mondo, vale lo stesso impegno personale. Le due dimensioni sono parallele e non così lontane l’una dall’altra. La nostra indipendenza economica ci consente di agire in autonomia  dalle agende politiche: non dobbiamo dipendere da istituzioni o Ministeri. Questo richiede qualche sforzo aggiuntivo da parte dei nostri operatori, oltre a una buona capacità di mediazione, nei confronti dei propri datori di lavoro, sia in ambito privato che pubblico, per ottenere aspettative e permessi per potersi distaccare temporaneamente da un reparto o servizio ed essere parte attiva nei nostri progetti per un periodo».

Esiste collaborazione con i sanitari locali? Insegnate a “pescare” o date soltanto il “pesce” necessario?
«Il lavoro con gli operatori locali da sempre è fondamentale per la nostra organizzazione. Ogni anno partono 2.200 operatori umanitari internazionali dalle varie sedi di MSF e contemporaneamente  vogliamo sottolineare che sono ben 25mila gli operatori locali, cioè lo staff nazionale dei paesi in cui realizziamo i progetti. In questi paesi sono presenti grandi capacità umane, professionali ed intellettuali senza le quali il lavoro di MSF sarebbe parziale. Un chiaro esempio sono le massicce campagne di vaccinazione che realizziamo ovunque. C’è un altro aspetto importante. In questi contesti proponiamo certamente modalità operative nuove, ma apprendiamo anche soluzioni differenti a problemi di salute più o meno rappresentati nei nostri contesti che spesso sono utili spunti di riflessione per cambiare il nostro modus operandi quando torniamo a lavorare nei nostri ospedali, come ad esempio una maggiore capacità di prossimità e relazione con le persone».

Quali i maggiori problemi incontrati dal punto di vista tecnologico, operativo e ambientale?
«Gli  scenari sono molti diversi gli uni dagli altri, o addirittura all’interno dello stesso paese dove il quadro politico in una determinata zona è più instabile rispetto ad un’altra. Prima di ogni intervento serve un grado di conoscenza approfondito del contesto, oltre a una chiara conoscenza di chi siano le autorità, i leader di riferimento locali o gli altri attori presenti e coinvolti con cui è necessario relazionarsi. Siamo sempre ospiti in un paese terzo e questo è bene tenerlo presente. Gli ostacoli sono di varia natura: soprattutto la povertà di risorse disponibili, in primis le strutture sanitarie, ma a volte anche l’accettazione da parte della popolazione locale. Non andiamo a fare gli eroi, per questo è essenziale accanto all’analisi dei bisogni,  valutare anche i rischi. Le nostre vite hanno lo stesso valore di quelle che vogliamo salvare, è quindi sciocco metterle in pericolo inutilmente. La sicurezza è un aspetto fondamentale, non solo la sicurezza relativa ai conflitti armati, ma anche quella legata alle patologie particolarmente ostili, come l’ebola».

Quali le rinunzie più pesanti?
«Spesso uno degli aspetti più difficili da capire per il singolo operatore umanitario, è quello di ritornare dal paese in cui MSF opera. Ciò vale al termine della missione dell’operatore, ma anche alla chiusura del progetto stesso. Non è nostra intenzione voler essere sempre presenti, ma strategicamente è nostra intenzione “passare il testimone” dopo la fase emergenziale agli altri attori del territorio che abbiano capacità e competenza per proseguire il percorso avviato. È fondamentale già dalla preparazione di un progetto pianificare anche il suo termine. Dal punto di vista umano poi si costruiscono relazioni molto forti durante la missione, ad esse è difficile rinunciare».

Quali le cose sulle quali bisogna ancora, e con maggiore urgenza, intervenire?
«I bisogni di salute e dignità di vita a livello mondiale sono ancora oggi enormi e sempre più complessi in alcune regioni. In aree con grandi risorse come la Sierra Leone, lo Zimbabwe o la Liberia il colera continua a mietere vittime. Ogni anno muoiono nel mondo milioni di persone a causa di malattie facilmente curabili o prevenibili, come quelle legate ad infezioni dell’apparato respiratorio oppure la dissenteria. La testimonianza, cioè rendere visibile ciò che è nascosto ai più, ma che noi quotidianamente tocchiamo, è fondamentale, naturalmente accanto all’azione medica. Grazie alla testimonianza è possibile fare pressione su coloro che prendono le decisioni più importanti, indurre le Istituzioni e gli Enti sopranazionali preposti per mandato, ad intervenire per ridare dignità ai più vulnerabili. Parallelamente è necessario continuare a fare in modo che venga tutelata l’indipendenza dell’azione umanitaria e che le organizzazioni di soccorso medico possano realmente assistere le popolazioni ovunque, anche in aree di conflitto. Oltre l’85% dei fondi raccolti da MSF proviene da donatori privati, persone, individui che decidono di sostenere con un contributo economico le attività di MSF. L’indipendenza economica, raggiunta grazie alle generosità dei nostri sostenitori, è il primo tassello per avere un’indipendenza operativa, vale a dire essere liberi di decidere dove intervenire non sulla base dei fondi disponibili, dei finanziamenti di un ministero, ma sulla base dei bisogni umanitari delle persone vittime di situazioni di crisi».

Alcuni episodi o aneddoti più ricchi di significato?
«Ci è capitato, ad esempio, di vedere alcuni bambini saltare sul letto, grazie alle cure, tre giorni dopo essere arrivati in ospedale comatosi a causa della meningite. E’ significativo il fatto che in numerose zone siamo gli unici ad essere presenti per portare assistenza medica alle persone. L’indipendenza ci consente infatti di essere tempestivi e di muoverci in tempi stretti, in caso di emergenze, per salvare vite. Vista l’esperienza maturata negli anni, riusciamo a rispondere alle emergenze rapidamente e questo fa la differenza. Non c’è solo emergenza. Negli ultimi tempi ci siamo occupati e abbiamo denunciato le condizioni dei lavoratori stagionali nel Sud Italia, le violenze in Repubblica Centrafricana, il disimpegno dei governi nella lotta a malattie come l’AIDS, la tubercolosi, la malaria, quelle case farmaceutiche che volevano fare del profitto a scapito della salute, della vita delle persone che vivono in paesi poveri».

Quale, in conclusione, il bilancio delle vostre missioni, quali le gratificazioni e anche quali le sofferenze?
«Siamo consapevoli di non poter risolvere tutti i problemi, siamo piccoli di fronte all’enormità dei bisogni. Non possiamo essere risolutori, ma diamo il nostro contributo indicando che è possibile fornire risposte adeguate anche in situazioni inimmaginabili, per essere anche da stimolo per la comunità internazionale. Ci rendiamo conto che il nostro lavoro non basta mai. La vera sofferenza è che la soluzione è ancora lontana. Non siamo eroi. La gente che parte con noi è gente staordinariamente normale. Ma non siamo soli. Dalla nostra parte abbiamo in Italia, a garantire la nostra indipendenza, circa 350.000 donatori privati che costantemente ci sostengono, non solo durante le emergenze».

Autore: Redazione FNOMCeO

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