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Intervista al professor Giampiero Campanelli, volontario in Repubblica Dominicana e in Ghana

Nuova intervista del Centro Studi FNOMCeO per mettere in luce
l’impegno dei medici italiani a favore delle popolazioni del Terzo
Mondo. Protagonista il professor Giampiero Campanelli, Ordinario di
Chirurgia dell’Università Insubria di Varese, Direttore della Chirurgia Generale II, Day and Week Surgery
dell’Ospedale Multimedica di Castellana e Segretario Generale della
European Hernia Society, che con la sua equipe ha
partecipato a diverse missioni umanitarie in Repubblica Dominicana e
Ghana.

Quante missioni avete compiuto e quanti medici italiani avete coinvolto?

«La nostra equipe composta da me, dal dottor Amerigo Pelizzola, Anestesista, e dalla dottoressa Marta Cavalli, Specializzanda in Chirurgia Generale dell’Università Insubria di Varese, negli ultimi sei anni ha partecipato a cinque missioni umanitarie. Tre a Santiago, un piccolo paese immerso in una regione rurale della Repubblica Domenicana, al confine con Haiti, dove Padre Ernesto Travieso ha ideato e realizzato un centro di Day Surgery. Una missione a Takorady, una cittadina del Ghana, dove un’ala completamente abbandonata del vecchio ospedale è stata riattrezzata per creare una piccola unità operativa, grazie all’aiuto della European Hernia Society, del Rotary International, della British High Commission, della CNR (compagnia petrolifera canadese) e dell’Ospedale di Plymouth (UK). Ed infine l’ultima missione, da cui siamo appena rientrati, in un piccolo centro nell’entroterra del Ghana, Wenchi. Qui una settimana di duro lavoro a contatto con il personale sanitario locale ci ha permesso di valutare le vere esigenze e necessità del piccolo ospedale: speriamo di aver attivato una nuova e fruttifera collaborazione tra la European Hernia Society e il Methodist Hospital».

Quali gli specialisti più interessati?
«La nostra equipe è specializzata nella riparazione delle ernie della parete addominale, ma affrontiamo anche patologie urologiche o di chirurgia generale che puntualmente afferiscono».

Come riesce a conciliare la professione, la vita privata e la sua intensa attività di volontariato?
«L’attività di volontariato nei Paesi in via di sviluppo, seppur stancante e faticosa, anche perchè ciascuna missione è sempre preceduta da un’intensa attività di coordinamento (dall’organizzazione del viaggio, alla predisposizione di tutto il materiale sanitario che portiamo con noi necessario per gli interventi ) gratifica talmente e arricchisce di sentimenti ed emozioni che è un piacere farla, anche se questo vuol dire sacrificare del tempo da passare con i familiari.  Per quanto riguarda la professione, l’attività di volontariato fa parte della mia professione, quindi non si tratta di conciliare le due cose, ma piuttosto di dividere il tempo tra i miei pazienti in Italia e quelli all’estero».

Cosa pensano di voi i medici locali?
«Abbiamo sempre trovato un clima di collaborazione e voglia di migliorarsi da parte loro, soprattutto da parte dei più giovani, che si sono mostrati sempre entusiasti della nostra presenza. Se possibile cerchiamo di organizzare dei momenti esclusivamente dedicati all’apprendimento e all’approfondimento di tecniche chirurgiche».

Quali i maggiori problemi incontrati dal punti di vista tecnologico, operativo e ambientale?
«Operare nelle sale operatorie africane vuol dire essere in grado di operare senza alcune facilità che ormai in Italia noi diamo per scontate, come l’elettrobisturi, la scialitica, dei ferri che non siano arrugginiti o usurati dall’uso o addirittura lo scarico dei gas anestetici. A volte ci troviamo in sale operatorie in cui mantenere un ambiente sterile è veramente difficile o in cui non sai se il respiratore durerà fino alla fine dell’intervento. E poi malgrado tutto il materiale che cerchiamo di portiamo con noi, manca sempre qualcosa, ma con un po’ di spirito di adattamento e soprattutto di iniziativa finora abbiamo sempre raggiunto i nostri obiettivi: arrivare alla fine della missione con il maggior numero di interventi svolti e vedere sorridere i nostri pazienti».

Insegnate a “pescare” o date soltanto il “pesce” necessario?
«Come già detto, noi portiamo tutto il materiale strettamente necessario agli interventi (dai farmaci per l’anestesia locale o generale, agli antibiotici, antidolorifici, alle reti per la riparazione delle ernie della parete addominale, ai fili di sutura). Una volta giunti sul posto cerchiamo di collaborare al massimo con il personale locale, in modo tale che la nostra presenza possa essere anche motivo di apprendimento per loro e quindi che possano poi in un futuro rendersi autonomi».

Quali le rinunzie più pesanti?
«Forse il cibo e le varie vaccinazioni e la profilassi antimalarica».

Quali le cosa sulle quali bisogna  ancora, e con maggiore urgenza, intervenire?
«L’educazione alla sterilità, le attrezzature, i materiali e i locali, cioè tutto».

Qualche rammarico o nostalgia?
«Sempre nostalgia del sorriso di questi pazienti e rammarico per non poter stare più tempo».

Alcuni episodi o aneddoti più ricchi di significato?
«Nella penultima missione, a Takorady in Ghana, il dottor Pelizzola non aveva potuto partecipare perché era appena diventato padre, dovevamo operare un uomo con una grossa ernia inguinoscrotale ed avevamo chiesto all’infermiera anestesista di assisterci con un po’ di sedazione perché era impossibile eseguire l’intervento solo in anestesia locale, come avevamo fatto per i precedenti interventi. Nel bel mezzo dell’intervento il paziente si svegliò, ma non si ricordava dov’era né tanto meno che lo stavamo operando e, pensando che lo stessimo aggredendo, tentò di alzarsi dal tavolo operatorio e di difendersi…
E ancora, durante una delle missioni in Repubblica Domenicana, alla sera dopo una lunga giornata passata ad operare, troviamo ad aspettarci fuori dalla sala operatoria una bambina che avevamo operato quello stesso pomeriggio che si avvicina è ci dà un bacio sulla guancia come ringraziamento».

Quale, in conclusione, il bilancio di questa meritoria e, crediamo senz’altro gratificante, esperienza nel Ghana?
«Al di là dei pazienti operati e dei materiali portati e lasciati lì in grande quantità, dire che l’amicizia dei locali, la loro riconoscenza, la loro gioia di vederci e di sapere che torneremo, configura già un bilancio positivo».

Autore: Redazione FNOMCeO

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