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Liste d’attesa, Rapporto Piepoli-FNOMCeO: “Il vero allarme è la perdita di fiducia nel Servizio sanitario nazionale”. Anelli: “Quando nasce un bisogno di salute, troppi cittadini non pensano più al SSN. Servono un Patto per la fiducia e un Piano straordinario per i professionisti”

Roma, 9 luglio 2026 – Non solo liste d’attesa. La nuova indagine Piepoli sul rapporto degli italiani con l’intramoenia e le liste d’attesa, realizzata per la FNOMCeO, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, racconta una trasformazione più profonda: la relazione tra cittadini e Servizio sanitario nazionale sta cambiando. E il rischio è che, di fronte a un bisogno di salute, il SSN non sia più percepito come il primo luogo naturale cui rivolgersi. 

L’indagine, condotta su un campione di 1000 cittadini italiani maggiorenni nel giugno 2026, mostra che l’80% degli intervistati ha avuto bisogno, direttamente o per un familiare, di una prestazione sanitaria negli ultimi dodici mesi. Il tempo medio di attesa dichiarato supera i due mesi, attestandosi a 2,3 mesi. In quella occasione, il 41% indica di aver ottenuto la prestazione tramite una struttura privata a pagamento, il 32% attraverso il SSN nei tempi previsti, il 27% attraverso il SSN ma con tempi molto lunghi. Solo il 13% ha fatto ricorso all’intramoenia, la libera professione svolta dai medici ospedalieri al di fuori dell’orario di lavoro, utilizzando strutture e strumenti dell’ospedale.  

“Il dato più preoccupante – commenta Filippo Anelli, Presidente della FNOMCeO – non è tanto che cresca il ricorso al privato. Il problema è che, per molti cittadini, il Servizio sanitario nazionale non rappresenta più il primo pensiero quando nasce un bisogno di salute. Chi può permetterselo si rivolge direttamente al privato. Chi non può, aspetta o rinuncia. Questo non è soltanto un problema organizzativo: è un problema di fiducia delusa, di aspettative tradite, di diritti negati”. 

Il giudizio sui tempi di attesa è severo: quasi 7 italiani su 10 li valutano negativamente. Nel Sud e nelle Isole il dato peggiora ulteriormente, con la quota di giudizi positivi che cala al 24%. Ma l’effetto più importante riguarda i comportamenti concreti dei cittadini: quasi 6 italiani su 10 dichiarano di aver rimandato o rinunciato a cure o controlli a causa dei tempi di attesa; nel Sud e nelle Isole si arriva a due cittadini su tre.   

“Questo è il punto più delicato – osserva Anelli – perché non siamo più soltanto davanti a un problema di liste d’attesa. Siamo davanti a persone che rinviano controlli, rinunciano a prestazioni o escono dal percorso pubblico per cercare una risposta altrove. Quando il bisogno di salute non incontra una risposta tempestiva nel Servizio sanitario nazionale, si crea una frattura di fiducia. E si produce una discriminazione: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia. È esattamente questo che un sistema universalistico deve evitare”. 

Di fronte a tempi di attesa lunghi, infatti, il 54% dei cittadini sceglie prevalentemente di pagare una prestazione privata, in una struttura convenzionata o non convenzionata; solo il 21% aspetta nell’ambito del SSN, il 9% paga una prestazione intramoenia, il 7% rinuncia alla prestazione, il 6% utilizza il Pronto soccorso e il 3% si reca in un’altra regione.   

“Il Servizio sanitario nazionale – prosegue Anelli – è nato per rendere effettivo il diritto alla salute, non per essere una possibilità tra le altre. Il vero allarme non è solo la prestazione che arriva in ritardo, con tutti i suoi effetti collaterali come la rinuncia alle cure, con conseguente aggravamento delle patologie, l’utilizzo improprio del pronto soccorso, la mobilità sanitaria. Il punto è questa progressiva perdita di fiducia nella capacità della Repubblica di prendersi cura delle persone”. 

Un dato specifico riguarda l’intramoenia. L’81% degli intervistati dichiara di conoscerla almeno per sentito dire. Ma, quando si va nel dettaglio, meno di un italiano su due, il 47%, afferma di conoscerne molto o abbastanza il funzionamento. Questo aiuta a comprendere perché, davanti a tempi lunghi, solo il 9% indichi di aver scelto l’intramoenia come risposta.  

“I cittadini hanno sentito parlare dell’intramoenia – constata Anelli – ma spesso non ne colgono fino in fondo il funzionamento e le potenzialità. È ingiusto e sbagliato presentare l’intramoenia come la causa delle liste d’attesa, e questo anche i cittadini lo hanno compreso: può invece rappresentare uno strumento per trattenere competenze professionali e risorse economiche nel pubblico, offrire una possibilità in più ai cittadini, contribuire a governare una parte della domanda di salute. Ma perché ciò accada serve chiarezza: i cittadini devono sapere cos’è, come funziona, quali garanzie e vantaggi offre e in che modo si collega al Servizio sanitario nazionale”. 

L’indagine mostra infatti che, secondo gli italiani, la prima causa delle liste d’attesa è la carenza di medici specialisti e di personale sanitario, indicata tra le cause dal 42% degli intervistati e come causa principale dal 23%. Seguono l’organizzazione inefficiente, al 26%, il mancato adeguamento delle risorse rispetto all’aumento dei bisogni di cura e la carenza di risorse economiche, entrambe al 23%.

“I cittadini hanno capito che il problema non si risolve cercando un capro espiatorio – sottolinea il presidente FNOMCeO – e che le liste d’attesa dipendono prima di tutto dalla capacità di cura del sistema. E la capacità di cura dipende, a sua volta, dai professionisti: servono allora più medici, più infermieri, più professionisti sanitari, più organizzazione, più autonomia, più formazione. Non si recupera fiducia scaricando le responsabilità sui professionisti, ma mettendoli nelle condizioni di curare bene, curare nei tempi, curare tutti”. 

Anche sulle possibili soluzioni, l’opinione dei cittadini appare netta. L’81% ritiene che le liste d’attesa dipendano dal fatto che le risorse pubbliche per la sanità non siano cresciute al passo dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento dei bisogni di cura. L’80% pensa che il rafforzamento della medicina generale e dei servizi territoriali possa contribuire a ridurre liste d’attesa e ricorso al Pronto soccorso. Tra le misure considerate più efficaci, l’87% indica l’aumento del numero di medici specialisti e personale sanitario nel SSN, l’84% l’aumento del finanziamento pubblico alla sanità, l’83% il potenziamento della sanità territoriale e dei medici di medicina generale, l’83% il rafforzamento dei controlli sul rispetto dei tempi di erogazione delle prestazioni.   

“La risposta – aggiunge Anelli – non può essere fatta di interventi parziali o emergenziali. Serve un piano straordinario per i professionisti della salute. Se vogliamo che gli italiani tornino a scegliere il Servizio sanitario nazionale come primo luogo di cura, dobbiamo prima renderlo capace di accogliere quella domanda di salute. Non basta promettere tempi più brevi: bisogna ricostruire la capacità concreta del sistema di prendersi cura delle persone”. 

Il Rapporto registra una valutazione complessivamente positiva del SSN da parte della maggioranza degli italiani: lo promuove il 52%. A valutarlo positivamente era invece il 54% solo tre anni fa, nell’indagine dello stesso Istituto Piepoli effettuata nel 2023. Anche qui, però, emerge una frattura territoriale: nel Sud e nelle Isole prevalgono i giudizi negativi, con appena il 44% di valutazioni positive.   

“Il Servizio sanitario nazionale – afferma Anelli – resta una grande infrastruttura democratica del Paese, ma non possiamo ignorare le differenze territoriali. Se il diritto alla salute cambia a seconda del luogo in cui si vive, il principio di uguaglianza rischia di indebolirsi. Il SSN deve tornare a essere percepito da tutti, in ogni territorio, come il luogo naturale della cura”. 

Sul piano della fiducia, il dato più significativo riguarda i professionisti. I cittadini dichiarano fiducia soprattutto nei medici: il 72% nei medici di medicina generale e il 72% nei medici ospedalieri del Servizio sanitario nazionale. Più bassa la fiducia nelle istituzioni di governo del sistema: Ministero della Salute e Regioni si attestano entrambe al 48%.   

“La fiducia nei medici resta alta – spiega Anelli – perché nasce dalla relazione di cura, dall’incontro quotidiano con le persone, dalla responsabilità che ogni professionista si assume davanti al bisogno di salute. Ma questa fiducia non può essere consumata da un sistema che non riesce a dare risposte. La fiducia è il presupposto della cura: senza fiducia si indebolisce il rapporto tra cittadino, medico e Servizio sanitario nazionale”. 

Ampio consenso anche sulla proposta contenuta nella Carta di Roma, promossa dalla FNOMCeO, di considerare la spesa per la salute come investimento strategico ed escluderla dai vincoli del Patto di Stabilità europeo. Il 67% degli intervistati si dichiara molto o abbastanza d’accordo con questa proposta; il 74% si dice favorevole, di cui il 48% a condizione che vi siano controlli rigorosi sull’utilizzo delle risorse. Più in generale, l’83% condivide l’idea che la spesa sanitaria debba essere considerata un investimento strategico per il Paese, al pari di altre spese prioritarie.   

Secondo i cittadini, l’approvazione della proposta avrebbe effetti concreti: il 34% indica anzitutto la riduzione delle liste d’attesa, il 30% maggiori investimenti nella sanità pubblica, il 27% una maggiore disponibilità di medici e personale sanitario. Tra gli ambiti da rafforzare prioritariamente, tornano ancora la riduzione delle liste d’attesa, indicata dal 38%, e l’assunzione di medici e personale sanitario, al 34%.   

“La Carta di Roma ci ha ricordato – commenta Anelli– che la salute non è un costo, ma un investimento strategico. Oggi aggiungiamo un tassello ulteriore: l’investimento più importante è quello che ricostruisce la fiducia dei cittadini nel Servizio sanitario nazionale. Per questo proponiamo un Patto per la fiducia nel SSN, fondato anche su nuovi indicatori: quanti cittadini scelgono il pubblico come primo luogo di cura, quanta domanda di salute il SSN riesce davvero a intercettare, quanta domanda si sposta direttamente verso il privato e quanti cittadini rimandano o rinunciano a cure e controlli. E, collegato, un piano straordinario per i professionisti della salute, non soltanto per valorizzare il loro lavoro, ma per aumentare la capacità di cura del Servizio sanitario nazionale. Perché la fiducia dei cittadini nasce dalla capacità del sistema di dare risposte tempestive, competenti e umane. E questa capacità ha il volto dei suoi professionisti”.  

“La riforma più efficace –conclude – non è quella in grado di ridurre di qualche giorno le liste d’attesa. La vera riforma è quella che farà tornare gli italiani a scegliere con fiducia e consapevolezza il Servizio sanitario nazionale, strumento della Repubblica per rendere effettivo il diritto costituzionale alla tutela della salute”.   

Ufficio Stampa FNOMCeO
informazione@fnomceo.it
9 luglio 2026

Autore: Ufficio Stampa FNOMCeO

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