Mancin: “La medicina non è una scienza “normale””

Gentile Direttore,
la profonda crisi che sta vivendo la professione medica ha bisogno di una riflessione profonda che sia capace di tracciare una nuova medicina e una nuova figura di medico che non subisca il cambiamento ma che ne sia artefice; artefice di quel “cambio di passo” verso cui la Fnomceo con gli Stati Generali vuole portare la professione tutta.

Accogliendo l’invito della Federazione Nazionale, a Venezia la riflessione è iniziata il 20 febbraio con il primo dei mercoledì filosofici occasione di confronto tra medici e filosofi, sulla base  delle 100 tesi scritte dal prof. Cavicchi. In questo primo incontro ci si è interrogati sull’Epistemologia Positivista su cui ancora oggi si basa la prassi medica.

I medici che lavorano attualmente sono medici formati e cresciuti sul paradigma positivista per il quale è vero solo quello che viene dimostrato (evidenze scientifiche); quello che viene dimostrato è applicabile alla totalità dei casi (linee guida) rendendo di fatto la malattia standardizzabile e i risultati delle cure misurabili. Tutto ciò che non rientra nel canone scientifico va considerato privo di valore.

Il medico poggia il suo operato su evidenze scientifiche assunte spesso come dogmi, ma che in realtà sono troppo spesso verità relative (“le evidenze scientifiche sono falsificabili dall’esperienza”), le linee guida e protocolli si occupano della malattia senza tener conto del malato, del suo contesto, della sua individualità e complessità (“oltre la malattia esiste il malato”) e tutto ciò che esula dagli standard va considerato come “stranezza, eccezioni, singolarità”.

“Il medico è tenuto, in ragione della propria ortodossia, a stare dentro le condizioni fissate dall’orizzonte concettuale del paradigma positivista ma, nel frattempo. questo orizzonte è, per tante ragioni e in tanti modi, profondamente cambiato”.
E’ cambiato perchè è cambiata la società. Oggi la società “aspira all’immortalità”, esprime un “forte desiderio di qualità e di controllo della propria vitalità”, desidera togliere dalla vita il “dolore, l’impedimento, la menomazione” e giudica la malattia come “una ingiustizia” .
La società si dimostra sempre più insofferente verso un approccio solo scientifico della malattia, e non sembra prediligere un modus operandi che non tenga conto della persona malata e del suo contesto, finendo per guardare con sempre maggiore interesse ad esperienze di medicina alternativa più olistiche.

La concezione di cura, come quella di malattia, consenso, evidenza ,linee guida è diversa oggi per medico “positivista” e il paziente inserito in una società nella quale pretende di esprimere il suo pensiero sull’approccio alla malattia.

La società “chiede con forza, per tanti ragioni un medico e una medicina diversi”.
Sembra quindi quanto mai necessario ripensare il canone scientifico per evitare una deriva scientista della medicina, che allontana sempre più il medico dal malato; perché non è più possibile “una scienza medica e un medico appropriati al loro paradigma fondante, ma non adeguati alla società alla quale esse si rivolgono”.

Ma i medici formati e cresciuti con un pensiero positivista, con una scienza ritenuta sempre esatta, sono in grado di concepire un cambiamento di paradigma che ci porti fuori da questa visone?

I protocolli, le linee guida, la standardizzazione delle procedure in fondo stanno garantendo un approccio alla malattia uguale o quasi in ogni parte del mondo sviluppato.

Per una donna con un tumore alla mammella le possibilità di intervento e di guarigione sono identiche in ogni parte dei paesi moderni, una polmonite si cura in egual modo in tutto il mondo….

Non è certo pensabile ritornare a una medicina che non basi sulla scienza il suo operato. Ma la medicina non può continuare ad essere considerata una scienza qualsiasi (“normale”) a cui è possibile applicare il paradigma positivista come per qualsiasi altra scienza che studia la natura; la medicina oggi è una scienza complessa fatta di organizzazione, gestione, relazioni, comunicazione, in cui ritroviamo tratti di sociologia, economia, etica, filosofia. In una “società che ha cambiato le proprie concezioni della vita e del mondo” la medicina non è più una scienza esatta che cura i corpi ma una scienza che prevede interpretazione e conoscenza relazionale del malato.

Una intensa e profonda riflessione filosofica ha contribuito a farci riconoscere quanto il modello epistemologico positivista sia superato anche se continua a guidare e a legittimare l’operare medico. Negare questo significa negare che esiste una crisi della medicina e del medico.

Quindi,  “Il primo accordo che la professione dovrebbe fare con la società è quello di dichiarare una crisi del paradigma per affrontarla insieme in maniera adeguata”.

Se è  vero quello che sostiene il prof Cavicchi nelle sue tesi, che la medicina scientifica a suo tempo non elaborò autonomamente un proprio paradigma deducendolo dalle sue complessità, ma adottò, come tante altre discipline, un paradigma positivista generale, allora vuol dire, che oggi, grazie e a causa della crisi, per la prima volta siamo costretti a definire un nostro paradigma partendo dalle nostre specificità e complessità.

La sfida temeraria oggi è proprio  dedurre un paradigma medico nuovo, conservando ciò che è ritenuto ancora valido, eliminando quello che non serve più  e introducendo ciò che è utile e necessario a governare la complessità.
I cambiamenti di paradigma devono portare a   ricercare  nuovi equilibri, no a  liquidare una intera conoscenza.

Ornella Mancin
Presidente Fondazione  Ars Medica – Omceo Venezia

Ps: il virgolettato corrisponde a frasi presenti nelle Tesi di Cavicchi


Pubblicato su QuotidianoSanità

Autore: Redazione

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