Medici e tecnica, tra limiti, responsabilità e scelta

Medici e macchine, il dubbio sulla possibilità che la tecnologia soppianti l’uomo, il ruolo fondamentale della relazione di fiducia con i pazienti, i problemi di bioetica. Sono stati questi i temi approfonditi lo scorso 20 marzo nel terzo dei 4 mercoledì filosofici organizzati per l’OMCeO veneziano dal suo braccio culturale operativo, la Fondazione Ars Medica, con la collaborazione del Dipartimento di Filosofia dell’Università Ca’ Foscari. Un ciclo di incontri per prepararsi agli Stati Generali della Professione, indetti dalla Fnomceo, e studiare le 100 tesi proposte da Ivan Cavicchi

02 MAG – Temi non nuovi, questi, per l’Ordine lagunare, già affrontati in particolare nel 2017 con il convegno Medicina Meccanica, che si è svolto quella primavera a Mestre (qui un resoconto), e con l’evento originale Come il cinema ha anticipato il progresso tecnologico del 16 giugno a Venezia (qui un resoconto).

«La tecnologia – ha spiegato la presidente dell’Ars Medica Ornella Mancin introducendo l’incontro – ha sicuramente cambiato il modo di essere del medico e creato nell’uomo una sorta di illusione di immortalità. Le innovazioni tecnologiche sempre più spinte hanno permesso di superare limiti che prima si pensavano insuperabili, ma ha anche creato la convinzione che la medicina, grazie alle macchine, possa diventare infallibile». Il tema è, dunque, capire che tipo di risposte il medico del futuro, in una medicina sempre più tecnologica, può dare a un malato che Ivan Cavicchi definisce sempre più “esigente”.

Assente per motivi professionali, il radiologo e vicepresidente della Fondazione Gabriele Gasparini ha comunque fatto arrivare le proprie riflessioni sulle tesi dedicate a questo tema. «La medicina – ha scritto – è una scienza della natura che considera la natura un’entità universale, un meccanismo che coincide con le sue leggi. La ragione medica è convinta che siano le leggi della natura a spiegare le malattie. La tecnologia è una macchina artificiale che è entrata nella macchina naturale… Ma natura e tecnologia sono spesso un continuum».

Secondo il radiologo, dunque, l’esigente chiede alla tecnologia, e non al medico, non solo di curarlo, ma di emanciparlo da essa: il passaggio alla reinvenzione della natura è breve. La medicina non può permettersi di dare un’immagine illimitata delle sue possibilità. «Ma – ha spiegato ancora – l’esigente e l’uomo non possono continuare a pensare che tutto ciò che li circonda sia a disposizione senza un prezzo da pagare. In senso generale la tecnologia cambia il modo di operare del medico, in senso specifico cambia il modo di essere, cambiamento irreversibile con il rischio che la professione diventi subalterna alla tecnica».

La riflessione di Marco Ballico, medico, psicoterapeuta e coordinatore del comitato scientifico dell’Ars Medica, è partita invece da due recenti articoli pubblicati sul quotidiano Il Corriere della Sera. Nel primo – In ospedale entra un robot medico e gli comunica che sta per morire– si racconta la storia di un 78enne ricoverato in gravi condizioni in un ospedale della California e del medico collegato via Skype sul monitor di un robot che comunica ai familiari quanto poco resti da vivere al loro caro.

Nel secondo – Il matematico che aiuta i campioni “Creiamo modelli vincenti”– si parla dello scienziato Alfio Quarteroni, capace di analizzare le masse di dati che le moderne tecnologie mettono a disposizione, di studiare “in modo virtuale processi reali”, di applicare modelli matematici allo sport per ottenere risultati vincenti, ma anche di “tradurre, per esempio, in linguaggio matematico il comportamento del cuoresotto il profilo elettrico e meccanico o di creare un modello fisico-matematico preciso della circolazione del sangue per aiutare i medici a fare esami meno invasivi e più precisi”.

Questo non è  più Futuro, è già Presente.
«La tecnica oggi – ha sottolineato Ballico citando un racconto dello scrittore americano Ray Bradbury in cui un bambino nasce in una dimensione “altra” sottoforma di piramide e la propria esperienza di consulente con le coppie che si affidano alla Procreazione Medicalmente Assistita – talvolta permette al medico di intervenire sulla Natura in modo sostanziale. La Legge, tenta di disegnare i confini di liceità, ma possiamo essere veramente sicuri che in un domani prossimo non si potrà arrivare alla modifica in laboratorio dell’essere umano? E nel caso della PMA eterologa avremo idea di ciò che accadrà qualora i bambini nati non risponderanno ai desideri e alle aspettative dei genitori? La pionieristica avventura d’Amore di quelle coppie potrebbe generare problemi umani e non solo problemi tecnici da risolvere,ai quali forse dovremmo pensare a delle risposte non tecniche».

È stato, questa volta, il professor Fabrizio Turoldo a tracciare il quadro di riferimento della filosofia, che ha trattato moltissimo il tema, e che è partito da una domanda nuova che si pone all’attenzione di tutti. «Prima – ha detto citando l’opera di Hans Jonas e di Martin Heidegger – ci si chiedeva: cosa possiamo fare noi con la tecnica? Ora, invece, ci si chiede: cosa può fare la tecnica di noi? La tecnica da semplice mezzo rischia di diventa un fine. Al suo posto, il mezzo diventa il medico».

Il filosofo ha poi spiegato come nel secondo Dopoguerra, a partire dagli anni Cinquanta, comincino ad entrare numerose innovazioni, ad esempio, in cardiologia, come i defibrillatori elettrici o le tecniche di massaggio cardiaco. «La tecnica – ha aggiunto – comincia ad andare così veloce che la giurisprudenza, l’etica e la deontologia non riescono a starci dietro, devono arrancare per adeguarsi. Quando vengono messi a disposizione nuovi mezzi, si pone sempre il problema del limite. Qual è il limite? Il medico si deve astenere? Deve non fare? Comincia un travaglio in campo etico e giuridico causato dall’innovazione tecnologica».

Stessa cosa succede negli anni Sessanta quando arrivano altri strumenti, come ad esempio i respiratori automatici, e il medico, grazie alla tecnica, riesce a prolungare la condizione di malattia, senza però riuscire a guarire i pazienti. E torna di nuovo il problema del limite. «La tecnica – ha sottolineato il professore – ci può mettere nella stessa situazione raccontata dal mito di Eos, una dea che si innamora di Titone e che chiede per lui l’immortalità, senza però chiedere l’eterna giovinezza. Titone invecchia, ma non riesce a morire: alla fine sarà proprio lui a chiedere la morte. La tecnica, se è usata solo perché è disponibile, non è più uno strumento. La medicina della scelta, invece, è una medicina che sa scegliere e che sa usare la tecnica non solo perché è disponibile, ma in vista di un fine umano. E può dunque, in alcuni casi, anche decidere di astenersi dal fare».

Altro elemento su cui riflettere è, a un certo punto, il passaggio della sperimentazione medica condotta prima su piccola scala, solo su persone conosciute e vicine al ricercatore, ora invece su vasta scala, con metodo quasi industriale. «Le ricerche su grande scala – ha spiegato Turoldo – si fanno su sconosciuti. Le persone diventano numeri. La tecnica, per il bene dell’umanità, passa sopra alle persone e le usa come strumenti. È possibile, allora, rimettere l’uomo al centro? Chi si occupa di queste tematiche cerca di individuare i principi etici che ci possano guidare in questo percorso e uno è la responsabilità: la responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri è direttamente proporzionale al loro grado di vulnerabilità».
Un esempio: quando il bambino è piccolo la responsabilità dei genitori è massima, poi, quando cresce, si emancipa, diventa adulto, la responsabilità diminuisce e addirittura si inverte quando il genitore diventa anziano e fragile, quando è il figlio a diventare responsabile di lui.

Tra gli altri temi affrontati:
l’agire del medico che, di fronte all’acuto, si comporta secondo la deontologia e il consenso della scienza;
l’influenza che, nel paziente, ha l’emotività e il tempo che, a volte, gli serve per comprendere a pieno ciò che il medico gli dice;
– la triade che si forma se si parla di responsabilità perché si è responsabili di qualcuno sempre rispetto a un terzo e, nel caso della medicina, il terzo è il sistema;
– la possibilità che la tecnica deresponsabilizzi in qualche modo il medico;
– l’idea di considerare la tecnica al di fuori dell’umano, ma la tecnica è fatta dall’uomo, non è al di fuori di lui. È un errore madornale dare le colpe alla tecnica, che è sviluppo dell’umanità. Il problema, semmai, è il controllo della tecnica, è governare la tecnica attraverso un atto di responsabilità;
– una difficoltà con cui si scontra spesso il medico: che l’altra persona sia talmente infarcita dalla sensazione di aver bisogno di tutta questa tecnica per essere ben curata che, per cavalcare questo cavallo della tecnologia, il medico deve fare una fatica doppia, attingendo alle proprie conoscenze e alle proprie linee guida e cercando di convincere chi, spesso, non ha alcuna cognizione.

Ha concluso il prof. Tarca  soffermandosi  sull’idea di come ormai tutto sia calcolo ed algoritmo, «anche il cuore, le emozioni, l’amore, i sentimenti». L’attuale delirio tecnico nasce da una deriva per cui tutto viene fatto a debito e  la tecnica è si  il potenziamento dell’umano, ma «mette anche in gabbia l’uomo».

I membri della Commissione scientifica della Fondazione Ars Medica-Omceo Venezia:
Dr. Marco Ballico, Presidente Commissione Scientifica Ars Medica
Dr. Gabriele Gasparini, Vicepresidente Fondazione Ars Medica
Dr.ssa Ornella Mancin, Presidente Fondazione Ars Medica
Prof. Luigi Vero Tarca, Filosofo – Università Ca’ Foscari Venezia
Prof. Fabrizio Turoldo, prof. Associato di filosofia -Università Ca’ Foscari Venezia


Lettera pubblicata su QuotidianoSanità

Autore: Redazione

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