Rapporto Istat 2012: spesa, dotazione e qualità dei servizi sanitari

Report n. 26/2012

SERVIZI SANITARI: QUALITA’, APPROPRIATEZZA, EFFICACIA, SODDISFAZIONE E DISOMOGENEITA’
RAPPORTO ISTAT 2012

Il Rapporto annuale ISTAT 2012 di recente pubblicazione, nell’esaminare i vari aspetti socio-economici del Paese, analizza spesa, dotazione e qualità dei servizi sanitari.

Nel 2010 il Servizio sanitario nazionale ha speso 111.168 milioni di euro, pari a 1.833 euro pro capite. A livello regionale, si osserva uno scarto di circa 500 euro pro capite tra la provincia autonoma di Bolzano, che spende mediamente 2.191 euro per ogni residente, e la Sicilia, che ne spende 1.690.

Il “Patto della salute 2010-2012” aveva stabilito, come parametri di riferimento, una quota pari al 5% delle risorse complessive da destinare all’assistenza collettiva in ambiente di vita e di lavoro (incluse le attività e le prestazioni finalizzate alla promozione della salute della popolazione. In particolare vi sono comprese le attività di prevenzione rivolte alla persona, quali vaccinazioni e screening, la tutela della collettività e dei singoli dai rischi sanitari negli ambienti di vita e dai rischi infortunistici e sanitari connessi con gli ambienti di lavoro, la sanità pubblica veterinaria e la tutela igienico-sanitaria degli alimenti), una pari al 51% all’assistenza distrettuale (ricomprende l’assistenza specialistica ambulatoriale, l’assistenza territoriale residenziale e semiresidenziale, e altre tipologie di assistenza territoriale quali l’assistenza riabilitativa, i centri dialisi, gli stabilimenti idrotermali, i centri di salute mentale, i consultori materno-infantili e i centri distrettuali). e il restante 44% per l’assistenza ospedaliera.

Rispetto a questa ripartizione delle risorse, solo Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana presentano una distribuzione della spesa sanitaria molto prossima ai parametri di riferimento, mentre per le altre regioni le risorse risultano ancora troppo spostate verso l’assistenza ospedaliera (soprattutto Lazio, Abruzzo e Sicilia) a discapito delle attività di promozione della salute e dell’assistenza distrettuale.

I principali squilibri tra regioni si osservano, in particolare, per i servizi preposti alla presa in carico di pazienti cronici e alla gestione della post acuzie, in larga misura rivolti agli anziani ed ai disabili.

L’assistenza domiciliare integrata (Adi), assicura la presa in carico di pazienti (principalmente anziani) al domicilio per prestazioni di medicina generale, di medicina specialistica, per prestazioni infermieristiche e riabilitative, ma anche per prestazioni di assistenza sociale (aiuto domestico da parte dei familiari o del competente servizio delle aziende). Il numero di anziani trattati per 100 residenti di 65 anni e oltre è andato fortemente aumentando nel tempo, passando da 2,0 nel 2001 a 4,1 nel 2010.

Per questo, nell’ambito degli “Obiettivi di servizio” previsti nel Quadro strategico nazionale (Qsn) 2007-2013 per le regioni del Mezzogiorno la quota di anziani beneficiari di assistenza domiciliare integrata dovrebbe diventare pari a 3,5 anziani ogni 100 residenti di 65 anni e oltre.

Ad eccezione di Abruzzo e Basilicata, tutte le regioni meridionali presentano valori al di sotto del target: in particolare, in Puglia e Sicilia gli anziani trattati in Adi sono circa la metà rispetto all’obiettivo fissato.
Passando all’analisi della qualità dei servizi sanitari, emerge un chiaro divario tra Centro-Nord, mediamente più efficiente ed efficace, e Sud, anche se le differenze tra i diversi territori appaiono alquanto differenti a seconda della dimensione della qualità che viene esplorata. In particolare, per gli aspetti di efficienza è stato calcolato un indicatore di ospedalizzazione “potenzialmente inappropriata”, il quale fornisce una misura delle giornate di degenza che potrebbero essere eliminate con una migliore assistenza extra-ospedaliera.

Nel 2010 il tasso di giornate di degenza per ospedalizzazione potenzialmente inappropriata standardizzato per età è pari a 80,3 giornate per mille residenti per gli uomini e a 62,4 per le donne. A livello regionale non si riscontra una netta dicotomia tra Nord e Sud: infatti, Puglia, provincia autonoma di Bolzano e Sardegna sono le aree con elevata ospedalizzazione potenzialmente inappropriata, mentre tra le regioni più virtuose si collocano Piemonte, Toscana e Valle d’Aosta.

Con riferimento alla qualità dell’assistenza ospedaliera, sono stati considerati indicatori di appropriatezza clinica basati sugli interventi che l’Agenzia americana per la ricerca e la qualità dell’assistenza sanitaria (Ahrq) ritiene necessario monitorare per minimizzare il rischio di un loro utilizzo inappropriato. In particolare, sono stati considerati gli interventi di colecistectomia laparoscopica, le prostatectomie transuretrali, le isterectomie e i parti cesarei.
La percentuale di parti cesarei è l’unico indicatore che presenta una spiccata caratterizzazione territoriale, con valori significativamente più bassi della media al Centro-Nord (con l’eccezione del Lazio) e valori più elevati al Sud.
Una concentrazione nelle regioni del Centro-Nord si osserva anche quando si considerano gli aspetti di efficacia, quali l’ospedalizzazione potenzialmente prevenibile e la mortalità riconducibile alle cure sanitarie, indicatori questi riferiti alla popolazione con meno di 75 anni.

La prima comprende quei ricoveri che potrebbero essere contrastati attraverso azioni di prevenzione primaria ed il relativo tasso di giornate di degenza standardizzato per età è pari a 95,8 giornate per mille residenti per gli uomini e a 42,8 per le donne.

Su undici regioni che presentano valori superiori alla media nazionale, sei appartengono al Mezzogiorno. La mortalità riconducibile alle cure sanitarie è stata definita dalla letteratura internazionale come l’insieme delle cause di morte per le quali sono riconosciute attività efficaci di prevenzione secondaria e/o interventi diagnostico-terapeutici, che riducono il rischio di morte se somministrati in maniera appropriata e tempestiva. Si tratta, quindi, della componente della mortalità che può essere ricondotta all’azione dei servizi sanitari, cioè i decessi prematuri (prima dei 75 anni) che non dovrebbero verificarsi in presenza di cure efficaci e tempestive.

Anche in questo caso le regioni con i valori peggiori dell’indicatore sono quasi tutte situate nel Mezzogiorno: in particolare, per gli uomini il tasso di mortalità evitabile per cure sanitarie presenta valori superiori alla media nazionale in tutte le regioni meridionali eccetto la Puglia, mentre per le donne i valori più elevati si registrano in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Anche per quanto riguarda gli aspetti soggettivi della qualità, dall’indagine Istat “aspetti della vita quotidiana”, emerge una netta dicotomia tra Centro-Nord e Sud del Paese.

In relazione alla soddisfazione per i servizi ospedalieri (assistenza medica, assistenza infermieristica, servizi igienici) rilevata tra coloro che hanno subito almeno un ricovero nei tre mesi precedenti l’intervista, nel 2011 il 39% delle persone hanno dichiarato di essere molto soddisfatte sia per l’assistenza medica che per l’assistenza infermieristica, mentre la soddisfazione per i servizi igienici è pari al 31%.

Per tutti e tre questi aspetti, si rileva una spiccata variabilità regionale: in tutte le regioni del Nord (con l’eccezione della Liguria) la soddisfazione è più elevata della media, al Centro solo l’Umbria presenta valori di soddisfazione più elevati della media per tutti e tre gli aspetti, mentre al Sud l’insoddisfazione per i servizi ospedalieri è molto diffusa e in alcune regioni riguarda l’80-90% delle persone che hanno subito un ricovero. Analizzando congiuntamente gli indicatori di soddisfazione a i dati relativi alla mobilità ospedaliera interregionale, appare evidente come, sebbene una quota di tale mobilità sia attribuibile alla vicinanza geografica di strutture situate in una regione diversa da quella di residenza, lo spostamento sia generalmente determinato da una carenza di offerta di servizi ospedalieri, o meglio di una offerta adeguata al bisogno di salute del paziente. Nel 2010 le dimissioni in regime ordinario di pazienti ricoverati in una regione diversa da quella di residenza sono state 555 mila (il 7,7% del totale), mentre per il solo day hospital le dimissioni sono state oltre 226 mila, il 7,5% del totale.

Roma 03/09/2012

Autore: Redazione FNOMCeO

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