Tarca: Il concetto di “positivo” e “negativo” in medicina

La salute (il positivo) viene guadagnata mediante la eliminazione (negazione) della cosa-malattia, per esempio della cellula tumorale (il negativo). Quel male, che è il tumore, viene risolto asportando chirurgicamente o eliminando farmacologicamente (chemioterapia) le cellule tumorali. Ma tale  paradigma determina una serie di problemi anche gravi. Perché in medicina, come in filosofia, il bene, che è la salute, è qualcosa di essenzialmente diverso dalla negazione della malattia

11 MAR – Per affrontare il tema che ci è stato proposto nelle 100 tesi della Fnomceo, ovvero il cambio di paradigma epistemologico in medicina, ho preso lo spunto da un recente articolo di una rivista (Paul DaviesLa logica eterna delle cellule, in “Internazionale”, 8/14 febbraio 2019, n. 1293, anno 26, pp. 50-55, tratto da “The Monthly”, Australia) nel quale si sostiene che l’immensa quantità di denaro investita dagli Stati Uniti d’America a partire dal 1971 per vincere la guerra contro il cancro ha sortito effetti lontanissimi da quelli promessi e sperati.

L’obiettivo non è stato nemmeno avvicinato, e il sostanziale ‘fallimento’ di questa gigantesca operazione dipende, secondo l’Autore, da un errato paradigma epistemologico, cosa che richiede il passaggio a un nuovo paradigma, che egli chiama “atavismo”. Senza naturalmente entrare nel merito della questione dal punto di vista scientifico, vale qui la pena di evidenziare alcuni aspetti filosofici dell’attuale epistemologia medica, quella che nelle 100 tesi di Ivan Cavicchi e nei nostri dibattiti viene chiamata “positivistica”, aspetti che possono fornire un contributo alla comprensione del problema medico nel suo complesso.

L’epistemologia attuale tendenzialmente intende il male (il negativo) come una cosa in qualche modo estranea al corpo, quindi come un qual‑cosa che può essere separato dal corpo e che perciò deve essere tolto perché ciò, e solo ciò, garantisce l’eliminazione del male. Secondo questa concezione, dunque, l’operazione che dà la salute è quella che elimina la cosa-che-è-male.

Da un punto di vista filosofico, tale concezione rappresenta una individuazione particolare di quella prospettiva generale (che costituisce in qualche modo il retroterra della nostra intera cultura) per la quale il positivo viene identificato con la negazione del negativo. Nel nostro caso, infatti, la salute (il positivo) viene guadagnata mediante la eliminazione (negazione) della cosa-malattia, per esempio della cellula tumorale (il negativo). In tal modo, l’intero problema della salute viene tendenzialmente risolto combattendo quel negativo che è la-cosa-che-è-male; così, quel male che è il tumore viene risolto asportando chirurgicamente o eliminando farmacologicamente (chemioterapia) le cellule tumorali.

Ora, la filosofia mostra che, in verità, l’identificazione del positivo con la negazione del negativo è un enorme problema, in quanto conduce al rovesciamento per cui il positivo, in quanto negativo del negativo, viene a sua volta ad essere negativo. Non c’è dunque da stupirsi che anche in ambito medico tale paradigma determini una serie di problemi anche gravi. Perché, come in sede filosofica il vero positivo è diverso dalla negazione del negativo, analogamente, in medicina, il bene, che è la salute, è qualcosa di essenzialmente diverso dalla negazione della malattia.

Tutto ciò richiederebbe naturalmente un adeguato approfondimento filosofico, ma per ora ci consente almeno di capire che non è probabilmente un caso se, come abbiamo visto dall’articolo dell’“Internazionale”, questa epistemologia dà risultati insoddisfacenti. Dobbiamo quindi cambiare paradigma. Per esempio ipotizzando, come fa l’articolo, che il tumore sia una risposta ‘atavica’ delle nostre cellule aggredite dal male; oppure, come certe visioni olistiche oggi propongono, ipotizzando che la malattia, invece che una cosa, sia piuttosto uno squilibriouna disarmonia energetica.

Ma, come si è incominciato a dire, un nuovo assetto paradigmatico richiede che ci si confronti con l’orizzonte di fondo, quello filosofico, cui sopra ho fatto cenno, che invece di solito resta impensato e quindi totalmente fuori discussione. Si tratta, dunque, di superare la concezione per la quale la salute viene fatta coincidere con la eliminazione di una cosa-malattia. In questa nuova visione ciò di fronte a cui ci troviamo non è più una cosa che sia “il male”, ma è sostanzialmente il corpo‑malato di un vivente, il quale in linea di massima è insano nel suo insieme, anziché in una singola parte.

Pare che l’epistemologia etichettata come “positivistica” non abbia strumenti adeguati per affrontare questo problema, e questo ha conseguente importanti. Innanzitutto perché allora il soggetto medico (inteso non tanto come singolo individuo quanto piuttosto come l’apparato sanitario nel suo complesso), di fronte a un male che non riesce a contrastare può essere indotto (semplificando al massimo) a ‘ragionare’ in questo modo: se io (che sono depositario della corretta epistemologia) non ho strumenti per risolvere questo problema, allora vuol dire che esso non è un problema.

In tal modo il sistema sanitario finisce per definire “malattia” solo ciò che l’istituzione medica è in grado di ‘negare’, cioè di combattere con una tecnica capace di garantire l’eliminazione della cosa-malattia, in particolare mediante la sua asportazione chirurgica o farmacologica. Per la verità, dal punto di vista culturale, l’epistemologia “positivistica” è ormai ampiamente superata. In un certo senso non esiste più sotto il profilo filosofico-concettuale, in quanto è difficile che trovi dei paladini autentici in ambito propriamente epistemologico e filosofico; tuttavia essa continua a costituire il “non detto” e il “non pensato” che di fatto guida ideologicamente, e legittima, l’operare del sistema medico, continuando in tal modo ad avere effetti tanto più nocivi quanto più essi non si limitano al solo campo medico ma coinvolgono ormai praticamente tutte le istituzioni umane.

Bisogna dunque ripensare il paradigma epistemologico-medico che fonda l’attuale sistema medico. Ma, per fare questo in maniera adeguata, è necessario anche capire perché questo paradigma positivista, che risulta sempre più fondato sulla tecnica, nonostante la debolezza teorica che ormai viene spesso riconosciuta anche ufficialmente si sia imposto con una forza così invincibile e quindi, lungi dal perdere potere, vada estendendo la propria presa sull’uomo.

Questo dipende almeno in parte dal fatto che esso non deriva da un errore, quanto piuttosto dalla circostanza che l’attività del medico presenta originariamente un tratto che definisce ciò a cui nella nostra tradizione è stato dato il nome di “verità”, precisamente il tratto della innegabilità. L’in‑negabile, infatti, è ciò la cui positività non può essere negata perché esso (appunto in quanto non negabile e quindi non negato) è salvo, e perciò libero, rispetto all’offesa (danno) portata dalla negazione, e quindi è salvo rispetto al negativo. Insomma, l’innegabile è il massimo positivo nella misura in cui costituisce la realtà che è libera da ciò che è sicuramente negativo.

E non è forse la malattia precisamente il paradigma di ciò che è sicuramente negativo? Sicché il toglimento della malattia (il quale costituisce appunto la missione del medico) non solo è un bene, ma lo è in maniera innegabile, appunto perché costituisce la eliminazione di ciò che sicuramente è male. Insomma, l’operare del medico è innegabile proprio nella misura in cui contrasta il male e si impegna a eliminarlo. Con le sue azioni, insomma, la medicina va a toccare il problema essenziale e fondamentale della vita umana, quello che riguarda il superamento del dolore e quindi della malattia (e forse in prospettiva della morte stessa). In tal modo l’operare medico – in quanto promette di togliere il dolore/malattia o comunque si impegna a farlo – ha a che fare con il valore innegabile e perciò con la verità ultima della vita umana, quindi con ciò che da tutti, sempre e necessariamente, viene riconosciuto come un bene.

Questo lo verifichiamo facilmente ogni volta che abbiamo a che fare con un malato. Chi, quando è affetto da una malattia (dal mal di denti, o da una frattura ossea, o da un’infezione etc.), non desidera che questa gli sia tolta, in qualsiasi modo…. Quale umano potrebbe negare che il toglimento di tale male sia un bene? Tale toglimento è dunque un bene innegabile e universale. Ecco perché dicevamo che la forza del paradigma che stiamo discutendo non deriva da un errore, infatti essa discende piuttosto dal fatto che la medicina ha a che fare con i valori ultimi della vita umana (legati alla liberazione dal dolore), e per questo con ciò che concerne la dimensione della verità innegabile.

Questo vuol dire che il superamento dell’attuale paradigma scientifico richiede ben più che un piccolo e limitato aggiustamento epistemologico, esso esige piuttosto un riassestamento di tutta la concezione del medico all’interno di un ripensamento radicale dell’esperienza umana nel suo complesso. Sicché, più che di sostituire un determinato paradigma scientifico con un altro si tratta di passare da una concezione che assume come valore ultimo e definitivo la tecnoscienza (perché essa garantisce l’eliminazione/negazione del negativo) a una prospettiva che conferisce il primato all’orizzonte della salute, intesa in senso puramente positivo, e quindi anche comprensivo, ma come suo momento particolare ancorché peculiare, della eliminazione della malattia. In tal modo si tratta di superare il modello per il quale la salute si ottiene mediante un continuo, progressivo aggiornamento dei paradigmi scientifici e quindi un incessabile progresso tecnologico. Insomma, se un paradigma deve essere superato, questo, invece che un singolo paradigma scientifico, è proprio il paradigma della scienza come via salutis in quanto tale.

Ci accorgiamo allora di quanto sia grande e impegnativo il problema che si apre quando ci rendiamo conto che l’attuale paradigma medico è in crisi e quindi va superato. Perché, come si diceva, esso affonda le proprie radici nella medicina intesa come una risposta essenziale al problema della vita del mortale, quello del superamento del dolore e quindi della malattia. Ed è proprio da qui che scaturisce una delle cause più insidiose del disagio che oggi il mondo medico avverte. Perché colui che si presenta in grado di eliminare il dolore (e la morte) dalla faccia della terra, cioè il medico che sconfigge la malattia e allontana la morte, riveste di fatto, per gli umani, i panni del salvatore. Figura, questa, formidabile ma anche ambivalente, in quanto il ‘salvatore’ è fortemente esposto al rischio di diventare un elemento particolarmente ‘appetibile’ da parte dei soggetti di potere che vogliono imporre il loro controllo sulla vita degli esseri umani.

Perché chi sconfigge il dolore degli umani controlla gli umani (così è stato con la religione, così è ora con la tecnica); sicché chi governa l’apparato che gestisce il dolore degli umani controlla tutti gli umani. La nostra storia conosce fin troppo bene il rovesciamento per il quale i capi militari finiscono per trasformarsi, da paladini dei deboli e difensori dei popoli, in loro oppressori. Così, nella misura in cui l’agire medico può essere concepito come una sorta di guerra vincente in difesa del corpo degli umani attaccato dalla malattia (una sorta, dunque, di ‘guerra sacrosanta’), ecco che il medico viene ad essere l’emblema stesso di colui che salva/libera gli uomini dal male. Sicché l’aspetto insidioso consiste in questo, che chi riuscisse in qualche modo a prendere il controllo di tale immensa ‘operazione bellica’ (contro il male/malattia) verrebbe ad avere in proprio potere gli umani.

Si tratta, come si vede, di un problema enorme, che, oltre alle questioni propriamente mediche e scientifiche, investe in pieno tutte le principali problematiche relative alla vita umana, dalla politica all’etica, dall’educazione alla cultura etc. A questo proposito vorrei offrire un ulteriore spunto per la comprensione dell’entità del problema, precisamente una riflessione sulla questione del passaggio dalla scienza alla tecnica. Perché la tecnica, che oggi sta diventando sempre più la vera e propria ‘guida’ della scienza e quindi della medicina, in un certo senso rappresenta il rovesciamento completo della classica impostazione scientifica.

Almeno nel senso che il valore dell’atteggiamento scientifico, nel suo periodo classico, era garantito dal suo fondamentale rispetto per la natura: lo scienziato propone un’ipotesi che va confrontata con la realtà e, se vede che questa non concorda con l’ipotesi fatta, allora sostituisce la teoria dalla quale discendeva quell’ipotesi con un’altra più adatta a spiegare la realtà. Anche la tecnica ha come fine ultimo l’accordo con la realtà da parte dei modelli umani, ma essa, per garantire tale accordo, in un certo senso si comporta esattamente all’opposto. L’operare tecnico, infatti, elabora un modello tendenzialmente perfetto (per esempio, e in particolare, di tipo matematico), e poi, se la realtà non corrisponde a tale modello …. tanto peggio per la realtà: la tecnica la sostituisce con un elemento artificiale costruito in modo da garantire la sua corrispondenza al modello.

Per esempio, se il terreno non è adatto all’ideale del perfetto scorrimento delle ruote, tanto peggio per il terreno, esso verrà spianato e asfaltato in modo che le macchine possano correre velocemente su di esso. Il guaio è che oggi tale sguardo tecnoscientifico non riguarda solo la natura ma si è spostato sull’umano. Questo vuol dire che, siccome il corpo del mortale appare ampiamente inadeguato a garantire lo ‘scorrimento’ di una vita umana libera dal dolore, l’atteggiamento tecnico, invece di spingere a cambiare l’approccio teorico in modo da favorire il fiorire di una vita complessivamente caratterizzata dal benessere, impone di sostituire, in maniera sempre più massiccia, il corpo umano con un ‘organismo’ indenne dalle malattie prodotte dalla natura o da una società insana. Il rischio, come si capisce, è quello che si finisca per ‘asfaltare’ la vita umana al fine di farla corrispondere ai modelli elaborati da quegli umani che sono in grado di fare progetti sulla vita dei loro simili.

Ma questo, sia chiaro, è un semplice spunto inteso solo a dare un’idea del tipo di problemi che si tratta di affrontare. Perché, come si diceva, a dover cambiare non è tanto il paradigma scientifico quanto piuttosto il feticismo che conferisce un valore assoluto alla tecnoscienza, e quindi poi anche, in generale, il nostro modo di interpretare ed affrontare la vita umana nel suo complesso. In mancanza di questa ri‑evoluzione prospettica la tecnoscienza, intesa come il luogo del valore incondizionato (in‑negabile), si trasforma nella grande superstizione (se non addirittura “magia”) della nostra epoca. Si tratta dunque di aprire uno sguardo capace di cogliere tutti questi problemi nel loro insieme.

Luigi Vero Tarca
Filosofo – Università Ca’ Foscari di Venezia


Pubblicato su QuotidianoSanità

Autore: Redazione

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