Violenza di genere: le “buone pratiche” di medici e psicologhe nel nostro Paese

Caro Direttore,   

mi sembra prioritario inviarle, come coordinatrice dell’Osservatorio FNOMCeO della Professione Femminile, testimonianze di medici e psicologhe, che ci sono pervenute in questi ultimi mesi. In coincidenza, o a seguito, dei due convegni di Firenze e Reggio Emilia, in cui la Federazione ha espresso il suo impegno nell’essere partecipe e protagonista sul tema della violenza e della medicina di genere.    

Sono voci che raccontano di buone pratiche realizzate in città diverse: Milano, Roma e Napoli. Vi è piena concordanza nel ritenere che “il numero delle vittime che si rivolge ai presidi sanitari, in particolare a quelli di primo intervento e di emergenza (pronto soccorso e dipartimenti di emergenza) è nettamente superiore a quello delle donne che si recano alla polizia, ai consultori, ai servizi sociali e ai servizi messi a disposizione dal volontariato”, come ben evidenzia Elvira Reale, psicologa, direttore UOC di psicologia Clinica di Napoli.    

Il femminicidio è spesso il drammatico epilogo di maltrattamenti subiti dalle donne per mano del proprio compagno – lo dice Gloria Angeletti, Responsabile del “Centro Prevenzione e Cura del Disagio Psichico della Donna” dell’AO Sant’Andrea, – che specifica come “la donna può reagire alla violenza in due modi, con compostezza apparente e contenimento o inibizione delle emozioni, oppure con manifestazioni verbali e comportamentali di disperazione e rabbia”.

Alessandra Kustermann, nel presentarci il lavoro svolto a Milano dal 1996 dal Soccorso Violenza Sessuale e Domestica (SVSeD), – servizio d’emergenza e urgenza situato presso la Clinica Mangiagalli della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, scrive: “Fin dall’inizio dell’attività abbiamo sviluppato una metodologia di lavoro che tenesse insieme la professionalità necessaria nella diagnosi di violenza sessuale e domestica, con la capacità di accoglienza e ascolto empatico. Si può fare sicuramente di più per prevenire la violenza di genere perpetrata da secoli. Per modificare una cultura diffusa di predominio di un genere sull’altro bisogna intervenire già nell’educazione dei bambini delle scuole materne e elementari. Soprattutto è necessario coinvolgere gli uomini nel riconoscimento del maltrattamento e nella stigmatizzazione di comportamenti che sono purtroppo ancora oggi ritenuti accettabili".     

Un aspetto di semeiotica della violenza è, invece, sottolineato da Antonella Polimeni, direttrice del Dipartimento di Scienze Odontostomatologiche e Maxillo-Facciali della “Sapienza” di Roma: "Una donna che richiede un approccio e trattamento per lesione facciale ha una probabilità su tre di essere vittima di violenza e abuso”. E a questo proposito sottolineo che incontri per evidenziare il ruolo dell’odontoiatra nella gestione del fenomeno della violenza sono stati organizzati in particolare da Sabrina Santaniello dell’OMCeO di Roma.    

Sono certa che gli interventi qui pubblicati possano offrire un autorevole contributo al dibattito in corso, mostrando la vastità e l’autorevolezza delle "buone pratiche" già esistenti e operanti nel nostro Paese.

Annarita Frullini
Coordinatrice Osservatorio FNOMCeO della Professione Femminile

Autore: Redazione FNOMCeO

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