Violenza contro gli operatori sanitari, un fenomeno in crescita: quali soluzioni?

La violenza contro medici e infermieri, perpetrata nei luoghi di cura da pazienti, familiari o caregiver, è un fenomeno sempre più diffuso negli ultimi anni, tanto da essere stato etichettato dal Ministero della Salute come “evento sentinella”, una situazione avversa particolarmente grave per la quale occorre implementare opportune misure correttive e provvedimenti per la protezione dei lavoratori.

Gli episodi di violenza – che si manifestano sotto forma di insulti, intimidazioni, minacce e persino aggressioni fisiche – si verificano non solo nelle strutture psichiatriche e nelle unità di pronto soccorso, ma anche nelle sale d’attesa, gli ambulatori e i reparti di degenza. Le cause sono da ricercare nell’insoddisfazione provata dal paziente o da un suo familiare per la scarsa attenzione ricevuta o per l’erogazione di un servizio che ritiene insufficiente; i tagli alle politiche sanitarie e la conseguente riduzione del personale sono alla base della diminuzione dell’efficienza organizzativa delle strutture sanitarie: spesso il paziente è costretto a lunghe attese prima di ricevere informazioni, facendo scattare l’ira del malato contro gli operatori sanitari, che rappresentano l’interfaccia della struttura verso il paziente. “I medici spesso sono ‘la faccia’ del sistema sanitario, per cui i pazienti li ritengono responsabili di tutti i disservizi del sistema”, dichiara Filippo Anelli, Presidente della FNOMCeO. “In realtà, i medici, come i cittadini, sono vittime di un sistema che ha rincorso i pareggi di bilancio e ha dimenticato per strada l’umanizzazione dell’assistenza. Basta solo vedere come si è ridotto il tempo clinico che possiamo dedicare ai pazienti. E se manca il rapporto interpersonale è più facile che scatti l’aggressività”.

Dai dati sugli eventi sentinella, gli atti di violenza a danno di un operatore sono al quarto posto fra le segnalazioni pervenute fra il settembre 2005 e il dicembre 2012. I numeri delle aggressioni sono però pochi e frammentati; in particolare, dagli ultimi dati dell’INAIL risalenti al 2013 emerge come più di un terzo dei 4 mila infortuni riferibili a violenza sui luoghi di lavoro si verificano nelle strutture sanitarie, e il 70% interessa le donne.

“Per risolvere il problema alla radice, occorre ripensare il sistema della continuità assistenziale, attraverso aggregazioni territoriali che concentrino i medici in poli unici, soprattutto nel periodo di reperibilità notturna, presso gli ospedali o le sedi ASL di zona da dove effettuare il triage telefonico e rispondere alle chiamate dei pazienti per le visite domiciliari, per le quali andrebbe prevista la presenza di un accompagnatore”, continua Anelli.

Intanto, diverse regioni d’Italia – fra cui Puglia, Lombardia, Sicilia e Piemonte – si sono mobilitate promuovendo iniziative, campagne di sensibilizzazione e corsi di formazione volti a contrastare il fenomeno.

Fonte: Informami, bollettino dell’OMCeO di Milano (p.p. 5-13)

Autore: Redazione

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