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“Vogliamo tornare a casa dalle nostre famiglie a fine turno. E vogliamo tornarci vive”

Bari, 6 marzo 2017. Si è tenuta oggi presso la sede dell’OMCeOdi Bari una conferenza stampa indetta dalla Federazione regionale degli Ordinidei Medici delle Provincie Pugliesi per discutere della preoccupante situazionelegata alla mancata sicurezza delle sedi di guardia medica e dei presidi di pronto soccorso nella nostra regione.

Continuano,infatti, a ripetersi le aggressioni che coinvolgono medici della continuità assistenziale o del pronto soccorso nella nostra regione. Una lunga scia di violenza che ha simbolicamente inizio nel 1999 con l’atroce assassinio della dottoressa Maria Monteduro nelle campagne di Castrignano del Capo,che continua con innumerevoli episodi spesso dimenticati e culmina con la mortea Bari della psichiatra Paola Labriola nel 2013. Ultime aggressioni in ordine di tempo, quella di Ascoli Satriano del 30 gennaio scorso e quella di Statte di qualche giorno fa, entrambe avvenute all’interno dei locali della guardia medica ai danni di medici in servizio.

“Non vogliamo targhe o cerimonie di commemorazione” dichiara Ombretta Silecchia,giovane dottoressa che è stata vittima dell’aggressione di Statte durante il suo turno di lavoro presso la guardia medica – “come medici incaricati di servizio pubblico pretendiamo di tornare a casa a fine turno dalle nostrefamiglie, vivi”.

Sono infatti i medici donne le principali vittime di quella che Filippo Anelli,Presidente dell’Ordine dei medici di Bari, ha definito ‘una mattanza’. “Nella nostra regione i medici pagano un tributo altissimo all’esercizio della professione” – dichiara Anelli – “la Puglia ha un numero abnorme di casi di violenza al personale sanitario nel contesto nazionale. Un dato ancora più preoccupante se si considera che i colleghi spesso non denunciano le aggressioni, perché ci hanno fatto quasi l’abitudine e si sentono abbandonati dalle istituzioni.”

Gli ultimi dati disponibili dell’Inail (2013) ci dicono che dei 4000 infortuni indennizzabili riferiti a violenza sui luoghi di lavoro, per quanto conosciuti solo come effetto iceberg, più  di  un  terzo  si  verificano in  strutture  sanitarie  e  di  essi  il 70% interessa  le donne.

Già dal Rapporto del 2011 realizzato dall’Ordine dei Medici di Roma “Donne medico: indagine su lavoro e famiglia, stalking e violenze” emergeva come quasi una dottoressa su quattro (46,4%) confessasse di aver ricevuto offese od offerte sessuali inopportune. Il 4% confessava di aver subito violenze fisiche. Un dato enorme considerato che, in assoluto, tra le donne italiane la percentuale era pari al 2,1%. Tra le over 65 solo il 25% dichiarava di non aver subito un qualche tipo di violenza. Quasi il 40% denunciava unostato generale di stress, circa il 27% temeva di vivere altre esperienzeanaloghe e sviluppava maggiore aggressività, il 17% circa viveva in uno stato d’ansia e panico ed era preoccupata per la propria sicurezza personale. Un 17,4% viveva a seguito delle molestie subite una vita più solitaria essendosi isolata dalla vita di relazione e il 10,2% dichiarava di perdere giorni di lavoro. 

Dal Dossier Violenza – Storia di Ordinaria Follia – Rapporto del 2016 realizzato da Fimmg CA emerge la scarsa sicurezza delle condizioni organizzative oltre che strutturali che sono la causa principale di questa situazione.

L’attuale modello organizzativo delega alle Aziende Sanitarie in maniera esclusiva la scelta degli standard qualitativi degli strumenti e dellestrutture messe a disposizione dei medici (nel 65% dei casi donne) per erogare le attività assistenziali. Inoltre, come evidenziato dal Rapporto ANMIL 2015 “Prendersi cura di chi ci cura”, alla luce dell’incidenza dei fenomeni lesiviai danni delle donne in ambito sanitario, la giurisprudenza concorda nel valutare la probabilità di eventi infortunistici correlati ad episodi criminosi messi in atto da terzi alla stregua di un vero e proprio rischio professionale del quale il datore di lavoro non può non farsi carico in un’ottica di prevenzione e tutela delle condizioni dei lavoratori.

Eppure, poco è stato fatto nella nostra regione per fronteggiare questa situazione drammatica, anche dopo i drammatici episodi degli ultimi anni chehanno ricevuto l’attenzione dei media. Il risultato è un crescendo di insicurezza e di episodi di violenza che portano la Puglia in cima alla lista per aggressioni ai danni dei medici: prendendo in considerazione il periodo 1984-2016 la nostra regione è quella con il maggior numero di episodi di violenza ai danni dei medici e presenta un netto divario rispetto alle altre, pesando per il 26% sul totale, contro il 16% della Sicilia e il13% della Lombardia e di Sardegna, le regioni che seguono per “pericolosità”.

“Il problema della violenza non è solo un problema di sicurezza degli operatori – dichiara Mimmo Nume, Presidente dell’Ordine dei Medici di Taranto – “ma di sicurezza di tutti gli utenti. Serve un ripensamento complessivo del servizio di continuità assistenziale, perché nessuno di noi vuole un secondo morto sulla coscienza.”

Gli Ordini dei medici pugliesi chiedono che la Regione –indipendentemente dagli accertamenti che porterà avanti la magistratura –proceda con un’indagine per verificare che tutte le procedure in tema disicurezza dei lavoratori siano state poste in essere. Sarebbe utile, ad esempio, conoscere cosa è stato fatto per la prevenzione degli episodi di violenza sugli operatori sanitari, così come previsto dalle raccomandazioni in materia emanate dal Ministero della Salute. Una richiesta che era già stata avanzata dagli Ordini nel 2013, all’indomani della morte di Paola Labriola, ma che è stata disattesa. Inoltre, gli ordini chiedono che venga istituito un Osservatorio regionale sulla sicurezza degli operatori della sanità pugliese,che possa analizzare eventuali episodi di violenza, quali “sentinelle” di possibili criticità, e sviluppare adeguate linee guida per la tutela dei lavoratori.

Autore: Redazione FNOMCeO

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