Si è tenuta questa mattina, venerdì 29 maggio 2026, presso l’Aula Magna della Torre Aldo Rossi dell’Università LUM Giuseppe Degennaro, la Graduation Ceremony della LUM School of Management. Tra i saluti istituzionali, il Presidente Filippo Anelli ha portato il saluto della Federazione con un intervento dedicato al futuro della sanità, alla formazione dei professionisti e al ruolo dell’intelligenza artificiale nella medicina.
Di seguito il discorso integrale.
Autorità, Magnifico Rettore, Direttrice Generale, colleghi, docenti, diplomate e diplomati, gentili ospiti,
sono lieto di portare il saluto della FNOMCeO in questa giornata che celebra il compimento di un percorso formativo importante e, insieme, l’inizio di una nuova responsabilità.
Desidero anzitutto rivolgere un sincero ringraziamento all’Università LUM, al Magnifico Rettore, alla School of Management, al corpo docente e a tutti coloro che rendono possibile questo percorso formativo.
Il vostro lavoro rappresenta un contributo prezioso alla crescita delle competenze, alla qualificazione delle professionalità e alla costruzione di una cultura della responsabilità nella sanità e nelle organizzazioni. Formare persone capaci di governare la complessità significa offrire al Paese non soltanto conoscenze, ma strumenti di futuro. E in un tempo come quello che viviamo, segnato da trasformazioni profonde e rapide, questo impegno assume un valore ancora più alto.
A tutte le diplomate e a tutti i diplomati rivolgo quindi le mie congratulazioni più sincere. Il traguardo che oggi raggiungete non è soltanto un risultato personale. È un investimento nelle vostre comunità professionali, nelle organizzazioni sanitarie, nei cittadini che ogni giorno chiedono al nostro sistema non solo efficienza, ma cura, ascolto, prossimità, umanità.
Il tema che accompagna questa giornata – epigenetica, prevenzione e salutogenesi – ci richiama a una visione moderna e insieme profondamente umana della salute. Non si tratta soltanto di curare la malattia quando essa si manifesta, ma di costruire le condizioni perché la salute possa essere promossa, custodita, difesa.
Significa guardare alla persona nella sua interezza: nella sua biologia, certo, ma anche nella sua storia, nel suo ambiente, nelle sue relazioni, nelle sue fragilità.
Viviamo un tempo di trasformazioni rapidissime. Siamo entrati nell’era dell’intelligenza artificiale, che sta modificando il nostro mondo, le nostre istituzioni, le nostre professioni. Anche la medicina e la sanità sono attraversate da questa rivoluzione: algoritmi, dati, sistemi predittivi, nuove tecnologie decisionali stanno cambiando il modo in cui preveniamo, diagnostichiamo, curiamo e organizziamo i servizi.
Tutto questo rappresenta una straordinaria opportunità. Ma proprio per questo richiede una responsabilità ancora più grande. Perché più cresce la potenza degli strumenti, più dobbiamo rafforzare la centralità della persona. Più la tecnologia diventa capace di elaborare dati, più noi dobbiamo custodire ciò che nessun algoritmo può sostituire: la relazione, la fiducia, la compassione, il giudizio prudente, la responsabilità morale.
Il compito che abbiamo davanti non è opporci al futuro, ma umanizzarlo. Non dobbiamo temere l’intelligenza artificiale; dobbiamo piuttosto impedire che essa produca una medicina senza volto, una sanità senza relazione, decisioni senza responsabilità.
L’innovazione è autentico progresso solo se resta al servizio della dignità della persona. E questa è una sfida che riguarda non soltanto i medici, ma tutti coloro che hanno responsabilità nella sanità: manager, decisori pubblici, istituzioni formative, università, organizzazioni professionali.
Governare la sanità nell’era dell’intelligenza artificiale non significa soltanto acquisire competenze tecniche o manageriali. Significa formare professionisti capaci di orientare l’innovazione, di valutarne gli effetti, di difendere l’equità, di impedire che le nuove tecnologie allarghino le disuguaglianze invece di ridurle.
Il Servizio sanitario nazionale ha bisogno di questa leadership: competente, etica, responsabile. Una leadership capace di tenere insieme scienza e umanesimo, organizzazione e prossimità, sostenibilità e diritti. Perché il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, non può essere affidato soltanto alla disponibilità di strumenti avanzati; deve essere garantito attraverso scelte politiche, professionali e organizzative orientate alla persona.
In questa prospettiva, parlare di dignità e di salute significa ricordare qual è il nucleo più profondo della nostra professione: incontrare la fragilità e la sofferenza dell’uomo per prendersene cura.
La medicina non nasce davanti a un dato, ma davanti a un volto. Non nasce soltanto dall’analisi di un parametro biologico, ma dall’incontro con una persona che chiede aiuto, che affida la propria vulnerabilità, che domanda di essere riconosciuta nella sua interezza.
Per questo la cura è sempre qualcosa di più di una prestazione. È un atto di responsabilità, di prossimità, di riconoscimento dell’altro. È il luogo in cui la competenza scientifica incontra la compassione, in cui la tecnica diventa servizio, in cui l’organizzazione sanitaria trova il suo senso più autentico.
E in un tempo segnato da conflitti, disuguaglianze, solitudini e nuove forme di esclusione, questo compito della professione medica assume anche un significato civile più ampio: curare è un atto di pace.
È un atto di pace perché ricuce ciò che la malattia lacera.
È un atto di pace perché restituisce fiducia dove c’è paura.
È un atto di pace perché afferma, concretamente, che ogni vita merita attenzione, rispetto, tutela.
È un atto di pace perché riconosce nella fragilità non uno scarto, ma il luogo più alto della responsabilità umana.Anche l’intelligenza artificiale, anche le innovazioni più avanzate, anche la medicina predittiva e personalizzata devono essere orientate a questo fine: non sostituire l’incontro, ma renderlo più giusto, più tempestivo, più efficace; non allontanare il medico dalla persona, ma liberare tempo, energie e competenze per una cura più umana.
Il progresso, allora, non si misura soltanto nella potenza degli strumenti che costruiamo, ma nella capacità di usarli per custodire la dignità di chi soffre. Perché la salute, nella sua dimensione più piena, non è solo efficienza biologica: è possibilità di vivere con dignità, di essere accompagnati nella fragilità, di non essere lasciati soli davanti al dolore.
Vorrei allora rivolgere, da questa sede, anche un invito alle istituzioni e alla politica.
Se oggi celebriamo competenze, professionalità, studio e responsabilità, dobbiamo poi chiederci se il nostro sistema sia davvero capace di valorizzarle. Perché formare professionisti competenti è fondamentale, ma non basta: occorre creare le condizioni perché queste competenze possano esprimersi, crescere, generare valore per le comunità.
Questo vale in modo particolare per la nostra Puglia. Una terra ricca di intelligenze, di energie, di giovani professionisti, di donne e uomini capaci di assumersi responsabilità nella sanità, nella ricerca, nell’organizzazione dei servizi. Ma queste energie non possono essere disperse. Non possiamo permetterci che competenze preziose, costruite con impegno personale e investimento collettivo, siano costrette a cercare altrove le condizioni per realizzarsi.
Il compito della politica è anche questo: rendere possibile il futuro. Creare ambienti di lavoro dignitosi, percorsi professionali attrattivi, organizzazioni capaci di riconoscere il merito, sostenere l’innovazione, favorire la partecipazione dei professionisti alle scelte.
Perché trattenere i talenti non significa chiuderli in un territorio, ma offrire loro ragioni concrete per restare, contribuire, costruire.
La sanità pugliese e il Mezzogiorno hanno bisogno di queste competenze. Hanno bisogno di professionisti che non siano costretti a partire per vedere riconosciuto il proprio valore. Hanno bisogno di istituzioni capaci di trasformare la formazione in opportunità, la conoscenza in sviluppo, la professionalità in servizio ai cittadini.
Ecco perché il mio augurio ai diplomati è anche un appello alle responsabilità pubbliche: facciamo in modo che il sapere che oggi celebriamo non diventi una risorsa che emigra, ma una forza che resta, che innova, che cura, che fa crescere la nostra comunità.
Concludo rinnovando le congratulazioni a tutte le diplomate e a tutti i diplomati. Il futuro della sanità avrà bisogno delle vostre competenze, ma soprattutto della vostra responsabilità.
Abbiate il coraggio di innovare, ma anche la forza di custodire l’umano. Perché il progresso è tale solo quando accresce la dignità della persona, rafforza la comunità e rende la cura un atto di pace.
Grazie e buon lavoro a tutti.
Autore: Redazione
