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Dottore, ma è vero che… È possibile diagnosticare precocemente il cancro con un semplice esame del sangue?

Da dove nasce questa idea?

Da molto tempo, in tutto il mondo, si sta lavorando per trovare il modo di individuare precocemente i tumori attraverso i segnali della loro presenza che possono rilasciare nel sangue.

Nella routine clinica si usano spesso marcatori, per esempio proteine, a volte simili a quelle prodotte dall’organismo fetale in accrescimento, liberate dalle cellule tumorali in quantità superiori a quel che fanno le cellule sane di un organismo adulto. Il loro scopo tuttavia non è diagnostico: servono solo ad accendere un campanello di allarme, in presenza di sintomi sospetti, per decidere se procedere con ulteriori accertamenti.

Le conquiste scientifiche e tecnologiche degli ultimi anni hanno poi consentito di ottenere risultati promettenti cercando tracce di diverso tipo anche in persone sane e senza sintomi, in un primo tempo concentrandosi sulla caccia a rare cellule tumorali circolanti nel sangue, e poi perfezionando l’approccio e restringendolo a materiale genetico liberato dal tumore.

L’argomento è arrivato al grande pubblico grazie al clamore ottenuto su giornali, radio e televisioni dal libro autobiografico di una ricercatrice italiana sposata a un collega francese, Patrizia Paterlini-Bréchot. In queste pagine, e nelle molte interviste rilasciate in seguito in Italia e in Francia, la ricercatrice parla del test da lei messo a punto, chiamato ISET (Isolation by Size of Tumor Cells), capace a suo dire di individuare un tumore prima che sia riconoscibile con le comuni tecniche di diagnostica per immagini. La ricercatrice lo ha brevettato e ha fondato un’azienda per commercializzarlo.

A supporto della validità del test c’è finora un solo studio pubblicato su una rivista internazionale, PlosOne, in cui il gruppo di Paul Hofman, dell’Università di Nizza Sophia Antipolis, in Francia, ha sottoposto all’esame 245 persone, di cui 168 forti fumatori con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). Tra questi ultimi, tutti già seguiti con TC annuali di monitoraggio, il test ISET ne ha individuati 5, pari al 3% del totale, che avevano cellule anomale. Negli anni successivi (da uno a quattro), la TC spirale ha individuato in questi stessi pazienti la presenza di noduli polmonari, che sono stati prontamente asportati impedendo alla malattia di diffondersi.

Sulla base di questo risultato qualcuno ha chiesto che il test, disponibile privatamente al costo di 486 euro e da ripetere ogni sei mesi, sia dispensato dal sistema sanitario gratuitamente a tutti i fumatori.

Perché non convince?

Macchinari per il filtraggio del sangue e l’isolamento di cellule tumorali circolanti sono a disposizione di molti laboratori e non rappresentano quindi un’assoluta novità, ma sono usati abitualmente nel mondo della ricerca. Passare dalla possibilità di individuare queste cellule a utilizzarle per la diagnosi precoce dei tumori, però, è un’altra cosa.

Il test ISET, in particolare, ha molti limiti. Prima di tutto non è stato sottoposto a una revisione da parte della comunità scientifica internazionale e non è mai stato validato su un campione ampio e significativo da un punto di vista statistico. Nell’unico studio finora pubblicato, condotto su un limitato numero di pazienti, solo 5 sono stati riconosciuti con il nuovo test. Si trattava inoltre di forti fumatori, già sotto osservazione con la TC spirale, a cui l’esame del sangue non ha offerto nessun vantaggio.

Il test infatti segnala la possibile presenza di un tumore, ma non aggiunge nessuna informazione sull’organo o la sede dove questo potrebbe essere localizzato. Se, come dice Paterlini-Bréchot, l’esame anticipa di tanto la diagnosi rispetto alla diagnostica per immagini, ciò significa solo regalare anni di ansia alle persone a cui si dirà che stanno sviluppando un tumore di cui però non si sa nulla, né, di conseguenza, nulla si può fare.

Il metodo di diagnosi precoce basato sulla ricerca di cellule tumorali circolanti è inoltre già stato in parte superato da tecniche più fini, che puntano a cercare nel sangue il DNA delle cellule tumorali o i loro microRNA, cioè piccoli frammenti di RNA che agiscono come interruttori sui geni regolandone l’attività.

Il test messo a punto già da diversi anni all’Istituto Nazionale dei tumori di Milano dal gruppo di Gabriella Sozzi e Ugo Pastorino con il supporto di AIRC, per esempio, analizza la combinazione di una ventina di microRNA. Riesce così a individuare in maniera specifica un tumore del polmone fino a due anni prima e con maggior precisione di quel che può fare la TC spirale, aiutando i medici anche a distinguere i noduli benigni da quelli maligni, più di quel che riescono a fare le immagini. Lo studio BioMILD sta ora validando questo approccio, che ha già ricevuto importanti riconoscimenti a livello internazionale, su circa 4000 forti fumatori.

Un altro filone di ricerca molto avanzato è quello che permette di seguire l’evoluzione della malattia, le sue eventuali ricadute e in particolare l’insorgenza di una resistenza alle cure senza dover prelevare frammenti di tessuto, con interventi che possono essere invasivi e non sempre fattibili, ma con un semplice esame del sangue, che per questo prende il nome di “biopsia liquida”. Anche in questo gli scienziati italiani sono all’avanguardia, con un test messo a punto dal gruppo di Alberto Bardelli dell’IRCCS di Candiolo (Torino) in collaborazione con Salvatore Siena del Niguarda Cancer Center di Milano, che riconosce le mutazioni del DNA in circolo caratteristiche di alcuni sottotipi di tumore metastatico del colon-retto.

Perché ci crediamo?

Diversamente da molti ciarlatani che purtroppo ci siamo abituati a vedere ospitati sui giornali o in televisione, Patrizia Paterlini-Bréchot ha un curriculum di tutto rispetto. Non ci sarebbe ragione per non fidarsi delle sue parole o della sua competenza, per cui, se ci affidiamo a un principio di autorità, consapevoli della nostra minore preparazione nel campo della ricerca oncologica, dovremmo credere alla validità del suo approccio.

Nella scienza, tuttavia, la reputazione di chi parla è un elemento da considerare, ma non l’unico, né il più importante. La storia recente ha purtroppo mostrato casi di premi Nobel che si sono lanciati nella difesa di teorie e pratiche del tutto contrarie alla scienza. Secondo il metodo scientifico, invece, qualunque strumento di diagnosi, di prevenzione o di cura può essere accettato e promosso solo dopo che è stato seguito un complesso iter di esperimenti e studi clinici su grandi numeri di pazienti, condotti e riprodotti da diversi gruppi del mondo.

La scelta della ricercatrice di cercare una scorciatoia, rivolgendosi direttamente al pubblico con un libro divulgativo invece di sostenere il proprio approccio davanti alla comunità scientifica, lascia invece perplessi. È comprensibile, infatti, che persone con altre competenze non siano in grado di mettere in dubbio i suoi risultati, ma anzi si attacchino alla speranza di poter “uccidere il cancro”, una malattia che in misura diversa sfiora o colpisce quasi ogni famiglia.

A nessuno piace l’incertezza, e molti vorrebbero avere la possibilità di tenere sotto controllo il pericolo di sviluppare la malattia con un semplice esame del sangue ripetuto periodicamente. Forse un giorno ci si arriverà, ma per il momento è giusto sapere che questo obiettivo è ancora lontano, soprattutto se non ci si riferisce a ristretti gruppi di persone a rischio per storia familiare o abitudini come il fumo.

A cura di Roberta Villa su Dottore, ma è vero che…?

Bibliografia

Autore: Redazione

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